il lavoro che cambia

Le «competenze sociali» ormai sono fondamentali per fare carriera

I nostri figli dovranno condividere, negoziare e ascoltare più di quanto facciamo noi e molto di più di quanto hanno fatto i nostri genitori

di Lorenzo Cavalieri *

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I nostri figli dovranno condividere, negoziare e ascoltare più di quanto facciamo noi e molto di più di quanto hanno fatto i nostri genitori


5' di lettura

Quando mi capita tra le mani un curriculum in formato europeo mi diverto sempre a leggere la sezione dedicata alle competenze sociali. Per quanto mi riguarda è la parte più ridicola del cv: stereotipi, frasi fatte e fiera dell’autoreferenzialità. Del resto si tratta di competenze la cui certificazione e valutazione è molto complessa (sebbene non impossibile).

Purtroppo quando nel mondo del lavoro si parla di competenze sociali, di intelligenza relazionale e di empatia si resta quasi sempre sul piano delle “chiacchiere”. E questo non fa che alimentare i pregiudizi («È roba da psicologi, da venditori, da assistenti sociali»). È un vero peccato perchè le nostre capacità relazionali sono oggi più che mai un fondamentale fattore di successo per le nostre carriere.

Un tempo la divisione del lavoro nelle grandi organizzazioni (dalla vecchia fabbrica fordista all’impiegato di concetto “fantozziano”) era tale per cui si poteva far bene il proprio dovere a prescindere dalle proprie abilità comunicative e relazionali: mansioni più parcellizzate (io faccio questo tu fai quello...), scarsa integrazione tra reparti e funzioni, gerarchie rigide, scarsa responsabilizzazione dei singoli, contatti con i clienti finali molto mediati.

Nelle aziende di una volta non c’erano i «project manager» e i «team interfunzionali», non ci si aggiornava di continuo via mail e non si partecipava a cinque riunioni al giorno. Essendo le organizzazioni comunità di uomini e donne le abilità relazionali erano ovviamente apprezzatissime e decisive nei percorsi di carriera. Tuttavia si poteva lavorare bene anche senza eccellere nell’arte di «star bene con gli altri» e di comunicare.

Per motivi diversi allo stesso risultato si arrivava nelle attività artigianali e professionali: i clienti di un notaio o di un falegname giudicavano soprattutto la qualità del servizio e del prodotto. Nella loro percezione di valore il «mi ha trattato bene / è stato gentile / disponibile / mi ha ascoltato» era molto meno importante di quanto sia oggi. Stesso dicasi per medici e professori, di cui una volta si diceva soprattutto «è preparato», oggi sempre più spesso «è empatico».

Con rare eccezioni professionisti, manager e imprenditori di successo oggi sono eccellenti comunicatori. Sanno ascoltare, sanno spiegarsi, sanno offrire agli altri comprensione e stimoli positivi. Queste competenze che i leader sviluppano al massimo livello, ormai non sono più un quid pluris, un qualcosa che fa la differenza, richiesto solo a pochi eletti. Sono semplicemente il corredo necessario per fare bene il lavoro che si fa, a tutti i livelli, in tutti i settori.

Il lavoro del futuro richiederà un crescente numero di interazioni con un crescente numero di interlocutori (clienti, colleghi, partner). I nostri figli dovranno sul lavoro condividere, negoziare, ascoltare più di quanto stiamo facendo noi, sicuramente molto di più di quanto hanno fatto i nostri genitori. Dovranno insomma diventare dei bravi gestori di relazioni, e rispondere all’identikit di quelle persone di cui si dice «ci sa fare con le persone». Essere uno che «ci sa fare con le persone» significa poter chiedere uno sforzo in più, al collega, al cliente o al collaboratore, gestire in modo costruttivo incomprensioni e resistenze, ottenere dai propri interlocutori più tempo e più attenzione, in un’epoca in cui tempo e attenzione sono risorse scarsissime.

In fin dei conti questa centralità delle cosiddette «soft skills» (l’insieme delle competenze sociali e comunicative) la imponiamo noi tutti i giorni quando ci risentiamo con il collega che ha usato una parola troppo dura, quando pretendiamo che il professore si approcci in modo più comprensivo ai problemi di nostro figlio, quando scriviamo una recensione acida su un ristorante dove il cameriere si è lasciato sfuggire un commento di troppo, quando ci inalberiamo con il tipo del call center che ci ha liquidati troppo sbrigativamente.

Siamo più permalosi e suscettibili dei nostri genitori e i nostri figli lo sono più di noi. Così tutti i giorni “votiamo” con la pancia i comportamenti e il lavoro di chi ha suscitato in noi emozioni positive, spesso prescindendo dal merito di quei comportamenti e di quel lavoro. Abbiamo in sostanza un bisogno di empatia molto più forte di una volta.

Come possiamo fare allora per lavorare concretamente sulle nostre competenze relazionali?
La prima cosa da fare per lavorare sulla propria empatia è prendere consapevolezza che si tratta una declinazione della propria intelligenza emotiva e che l’intelligenza emotiva, come tutte le intelligenze, è un “muscolo” che si allena. L’empatia quindi non è un elemento immutabile iscritto nella nostra personalità e nel nostro carattere. Questo significa che la possiamo sviluppare anche da adulti, quando sentiamo di essere già emotivamente formati.

Attenzione però a non farci trarre in inganno dalle abitudini: non tutte le persone esposte alla relazione sono persone empatiche. Essere a contatto col pubblico non è di per sé garanzia di elevate «social skills» come si scrive nei CV. Per esempio tutti noi conosciamo medici che passano le loro giornate a dialogare con i pazienti e i loro familiari senza sviluppare neanche un minimo di empatia. Chi desidera potenziare le proprie abilità relazionali infatti deve esercitarle deliberatamente e consapevolmente, focalizzandosi su ciò che non è abituato a fare, su ciò che è al di fuori delle proprie abitudini.

In questa prospettiva ecco due suggerimenti molto concreti che si fondano sulla natura essenziale dell’empatia: “sentire” gli altri, sapersi mettere nei loro panni, riconoscere le loro emozioni:

1) Aumentare le occasioni di confronto e interazione con chi è diverso da noi.
Se frequento solo persone che hanno la stessa mia età, la stessa mia storia, la stessa mia condizione sociale o professionale non riesco mai a “uscire da me”, dalla mia zona di comfort sociale, non riesco a immaginare punti di vista o emozioni che non siano vicini o simili ai miei. Lo sport, il volontariato, l’associazionismo, ma ancora più semplicemente una più intensa vita di quartiere possono essere splendide palestre. Questa raccomandazione vale anche per la nostra vita on line. Se il mio mondo è solo quello dei miei “amici”, dei miei “follower”, dei miei “mi piace”, ciò che è altro non entra mai davvero nella mia vita. Si può vivere senz'altro anche così, circondati di specchi, ma è una vita più faticosa, anche nella sua dimensione professionale.

2)Leggere della buona narrativa.
Esistono ormai diversi studi che dimostrano una connessione tra l’abitudine a leggere romanzi e lo sviluppo di quelle aree del cervello deputate alla nostra gestione delle emozioni nel rapporto con gli altri. In effetti leggere una storia significa entrare nella vita di altre persone, viverla, immedesimarsi. Un ottimo motivo per disconnettersi dal mondo social che costruiamo a nostra immagine e somiglianza e riprendere in mano quel romanzo impolverato che ci aspetta sul comodino.

* Managing Partner della società di consulenza e formazione Sparring

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