Politica 2.0

Le condizioni del Colle per l’incarico e l’«alt» dei 5 Stelle frenano Salvini

di Lina Palmerini


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(ANSA)

2' di lettura

Se in questi giorni in molti, nei partiti, si sono affrettati a stabilire chi sia il titolare del primo incarico, la mossa di ieri di Matteo Salvini che si è detto disponibile a fare un passo indietro per la premiership ha mostrato una prudenza opportuna. Opportuna perché sulla questione che viene riassunta sotto il titolo “tocca a me”, sono nati molti equivoci, il primo dei quali è che il giro d’esordio spetti in ogni caso a chi rappresenta più seggi in Parlamento. Ma non è solo questo il punto. Perché chi riceve un mandato per formare un Governo deve avere i numeri parlamentari e deve anche essere riconosciuto come premier, come colui che va alle Camere per ricevere la fiducia. In poche parole, se al primo giro di consultazioni, Salvini riceve l’investitura dal centro-destra ma non da Luigi Di Maio, di certo si allontana dall’incarico ma perfino un pre-incarico diventa un po’ una perdita di tempo. Nel senso che il Colle anche per affidare un tentativo, ha bisogno vi sia una ragionevole possibilità sui numeri e una chiara disponibilità sul candidato a Palazzo Chigi. Che a oggi non c’è e dunque c’è stata una frenata del giovane leader.

Già perché insistere sul punto senza avere la certezza di un riscontro in casa grillina, porterebbe il segretario leghista solo a sbattere. O a fare un tentativo solo per perdere tempo, per far passare i giorni mentre matura un’altra scelta. E visto che le consultazioni cominceranno tra una settimana esatta, sembra difficile che in breve tempo si chiuda tutto un accordo di Governo che ha le sue complicazioni e i suoi passaggi stretti. Più probabile che alla fine del primo round di consultazioni ci si fermi, per poi ricominciare con un secondo giro in attesa che si componga un incastro difficile tra programma e postazioni di Governo, la prima delle quali riguarda il premier.

Ecco sembra che Salvini sia diventato consapevole di questa salita. «Se mi rendessi conto che ci sono altre persone che possono dare una mano, non sarò io a dire di no», diceva a proposito di chi dovrà ricevere l’incarico. Ha capito, forse, che replicare quello che accadde a Pierluigi Bersani non gli conviene. L’ex segretario Pd e candidato premier ricevette un pre-incarico che non si trasformò mai in incarico pieno – nonostante avesse vinto in una Camera – proprio per i “no” dei grillini durante il famoso streaming. E di certo se anche a lui mancasse il via libera dei 5 Stelle, Sergio Mattarella non lo manderebbe mai dinanzi alle Camere per la fiducia. E se ci sarà un terzo nome di mediazione, allora è quel nome che riceverà l’incarico, non Salvini che non può essere un “esploratore”, figura riservata a ruoli istituzionali o di garanzia.

Sta di fatto che più ci si allontana dal voto del 4 marzo e ci si avvicina alle consultazioni, più si fa esercizio di realismo e quel “tocca a me” viene corretto per alcuni macigni che ancora non liberano la strada verso un Governo tra centro-destra (con Berlusconi) e Movimento. E che saranno sotto gli occhi del Quirinale a partire dal 3 aprile. Sempre che la Pasqua non faccia miracoli.

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