crisi di governo

I diktat di Zingaretti al M5S e i timori renziani di «una trappola»

Da una parte lo stesso Zingaretti e il presidente del partito Paolo Gentiloni continuano ad avere fortissime perplessità sull'ipotesi del governo giallo-rosso e vedono come naturale sbocco della crisi le urne anticipate. Dall'altra parte i due capigruppo, il renziano doc Andrea Marcucci e il “diversamente” renziano Graziano Delrio, convinti sostenitori della necessità di intraprendere la strada della trattativa con il M5s

di Emilia Patta


Dalla nascita alla crisi: dopo 15 mesi governo gialloverde al capolinea

3' di lettura

«Abbiamo manifestato al presidente della Repubblica la disponibilità a verificare la formazione di una diversa maggioranza e l’avvio di una fase politica nuova e un governo nel segno della discontinuità politica e programmatica». Così il segretario del Pd Nicola Zingaretti al termine dell’incontro con il Capo dello Stato Sergio Mattarella. La disponibilità a verificare, dunque. E durante le consultazioni nessuno tra i democratici ha posto particolari condizioni o paletti, né sono stati fatti nomi.

Mattarella ha chiesto assicurazioni sui numeri, sulla tenuta del gruppo e ha fatto intendere che se anche dalla delegazione del M5s arriverà in serata la stessa disponibilità a trattare su basi serie per un governo durevole lui prenderà le decisioni conseguenti, dando cioè il tempo ai due partiti di accordarsi sulla squadra e sul programma.

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Ma la giornata più delicata per l’avvio della trattativa per un governo giallo-rosso ha fatto emergere fuori dalle stanze quirinalizie tutta la spaccatura del Pd. Resa plasticamente anche dalla composizione della delegazione. Da una parte lo stesso Zingaretti e il presidente del partito Paolo Gentiloni continuano ad avere fortissime perplessità sull'ipotesi del governo giallo-rosso e vedono come naturale sbocco della crisi le urne anticipate. Il timore è che un governo del genere avrebbe il respiro corto, consegnando alla Lega di Mattei Salvini il comodo posto di un'opposizione di pochi mesi per fare poi il pienone alle urne. Meglio dunque andare subito alla sfida. Dall'altra parte i due capigruppo, il renziano doc Andrea Marcucci e il “diversamente” renziano Graziano Delrio, sono convinti sostenitori della necessità di intraprendere la strada della trattativa con il M5s. In una posizione di mezzo la vicepresidente del partito Paola De Micheli.

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Due strategie fondamentalmente diverse, nonostante la posizione unitaria della direzione sul via libera alla trattativa, che sono subito emerse ingarbugliando il quadro dopo il colloquio con Mattarella, quando Zingaretti in accordo con Gentiloni ha dettato alla stampa tre condizioni capestro per il M5s: via i decreti sicurezza voluti da Salvini, preaccordo sulla manovra economica e stop al taglio dei parlamentari . È evidente la difficoltà di trovare in pochi giorni l’accordo sulla legge di bilancio, soprattutto su come disinnescare le clausole di salvaguardia sull'Iva per 23 miliardi, ma è soprattutto l'ultimo punto ad essere inaccettabile per il M5s. Il taglio del numero dei parlamentari è per i pentastellati condizione imprescindibile, tanto che lo stesso Matteo Renzi quando ha proposto a sorpresa un governi istituzionale con il M5s ha chiarito che della riforma si può parlare a certe condizioni.

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Dopo il diktat in tre punti di Zingaretti via mezzo stampa tutti i pontieri, sia tra i renziani sia tra la maggioranza zingarettiana, stanno lavorando «per metterci una toppa». Ed ecco allora sia il capogruppo alla Camera Delrio sia il vicesegretario Andrea Orlando pronti a precisare che il taglio dei parlamentari va bene se accompagnato da una riforma della legge elettorale che elimini il problema dei collegi troppo grandi con una proporzionalizzazione del Rosatellum. E i contatti dei pontieri con i pentastellati si sono intensificati in queste ore: «Non cadete nella trappola di Zingaretti», è il messaggio.

Vedremo a breve quale sarà la risposta del M5s, che è unito nella volontà di evitare le urne in autunno. Certo è che i movimenti odierni hanno fotografato un Pd ormai a due teste, e la risoluzione della crisi nelle prossime ore in un senso o nell'altro servirà a capire non solo se c'è qualche possibilità che il governo giallo-verde decolli ma anche chi è in grado di dare le carte e conta davvero nel Pd.

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