Interventi

Le conseguenze economiche dell’Italia declassata

Il conto della crisi sarà altissimo. Quel che è peggio è che potrebbe essere pagato dai “soliti noti”

di Paolo Liberati e Massimo Paradiso

(AFP)

5' di lettura

Al declassamento di Fitch, un solo livello sopra la spazzatura per il debito italiano, le reazioni hanno avuto la forma della sorpresa e la sostanza della miopia. Si è ricordato che i fondamentali dell’economia e della finanza pubblica sono solidi e sostenuti da un avanzo della bilancia commerciale. Il che è vero. Tanto quanto il fatto che, in assenza di interventi di monetizzazione come quelli adottati fuori d’Europa, il finanziamento della spesa pubblica dipenderà dal mercato. Le conseguenze potrebbero essere serie già nel prossimo anno, tanto più se le agenzie di rating seguiranno la pratica di usare metriche ordinarie di valutazione in un contesto pandemico eccezionale.

Alla fine di quest’anno, l’Italia si confronterà con un deficit superiore al 10% del PIL e un debito pari al 155,7% del PIL. Nel 2021 non si possono attendere esiti risolutivi neanche nello scenario migliore di un rimbalzo della crescita del PIL tendenziale (+4,7%), di un debole eventuale aumento dell’inflazione (1,7%) e della riapertura totale delle attività produttive. E potrebbe anche andar peggio di così, se il corso epidemico non fosse benevolo. Di molto probabile, invece, c’è che le conseguenze per l’Italia saranno pesanti in ogni caso. Proviamo a fare ordine.

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Per quest’anno appare ormai evidente che si potrà far conto soltanto sul Quantitative Easing della BCE (o PEPP nella versione pandemica). Da un lato si è disvelato come l’uso del MES senza condizioni stenti a decollare. Nella bozza di contratto, infatti, ci si riferisce a una forma di monitoraggio e sorveglianza in accordo con le regole del Two Pack; un passaggio coerente con il Trattato costitutivo del MES in relazione alla “sorveglianza rafforzata” di Commissione Europea e BCE. Dall’altro, i tempi di avvio del Recovery Fund (avvio peraltro affatto scontato) difficilmente consentiranno interventi operativi prima del 2021.

In questo quadro, nell’ipotesi migliore che al piano di acquisti di titoli del debito dei Paesi membri sia data dalla BCE piena esecuzione, in Italia dovrebbero affluire circa 223 miliardi, che ridurrebbero la necessità di emissioni lorde da parte del Tesoro a 327 anziché 550 miliardi. Non poco, considerando che l’Italia, nel 2020, dovrà rimborsare circa 372 miliardi di titoli in circolazione. Le emissioni nette sarebbero così praticamente azzerate. Ma si tratta dello scenario più favorevole e di durata non prevedibile. Ne è riprova il fatto che la BCE, nell’ultima riunione, si è mostrata cauta nell’annunciare fin da ora l’aumento del PEPP oltre i 750 miliardi già annunciati.

È dunque sufficiente proiettare lo sguardo poco più avanti per ragionare sulle conseguenze della pandemia. La BCE, pochi giorni fa, ha esteso il suo intervento anche ai titoli spazzatura, fino a settembre 2021; una data che coincide, per l’Italia, con la predisposizione della legge di bilancio 2022. Al qual tempo si può presumere che dovremo far da soli. Ma con quali mezzi? Le previsioni migliori indicano, nel 2021, un rapporto tra debito e PIL pari al 152,7% e un indebitamento pari al 5,7% del PIL. Nel frattempo, con riferimento alle agenzie di rating, la migliore aspettativa è che esse confermino l’attuale classamento; la peggiore consiste in ulteriori declassamenti. Con prevedibili conseguenze sul costo delle nuove emissioni, che al momento in cui si scrive per il BTP decennale tocca circa l’1,8%, un differenziale superiore ai due punti percentuali nei confronti del Bund tedesco.

Di certo, agenzie di rating e osservatori inclini alla sanzione dell’indisciplina fiscale italiana in ogni tempo e condizione – un gruppo al quale fa ormai fatica ad aderire persino il prestigioso settimanale tedesco Der Spiegel – potranno agilmente sostenere il grave rischio di un ulteriore indebitamento. Ignorando in questo modo sia i fondamentali dell’economia italiana sia il principio, in emergenza sanitaria, di sterilizzare le scelte pubbliche dal condizionamento del mercato. Ma una BCE (e un’Europa) che si faccia carico sia dell’emergenza sia del percorso di rientro è al momento un orizzonte evanescente.

In assenza di tale copertura l’Italia dovrà quindi sostenere costi più elevati per il servizio del debito e, soprattutto, prevedere avanzi primari per qualche decade ancora, purché altre crisi non sopraggiungano. La formazione di questi avanzi richiederà probabilmente tagli di spesa e/o aumenti di imposte; politiche restrittive quindi, con qualche implicazione sulla crescita e sugli investimenti. E presumendo che non si possa e non si debba incidere sulle attività produttive, non resterebbe che metter mano alle consuete spese pensionistiche, sanitarie, per l’istruzione tutta, e naturalmente alle spese per investimenti pubblici.

Quanto alle entrate ci si potrà illudere sulle proprietà taumaturgiche delle imposte patrimoniali di varia natura, o dei vari contributi di solidarietà da applicare alla già malmessa progressività dell’Irpef, dimenticando evasioni ed elusioni di varia natura e di significativo importo, e anche la presenza indisturbata di paradisi fiscali nel cuore dell’Europa. Nulla che lasci prevedere una pacata riflessione sulla pur necessaria riforma del nostro sistema tributario.

Tutto ciò mentre fuori d’Europa la consapevolezza delle conseguenze economiche della pandemia si traduce in estese monetizzazioni dei debiti. La FED negli Stati Uniti, la Banca centrale inglese e la banca centrale giapponese hanno aperto ad un QE illimitato per l’acquisto dei titoli di Stato, in alcuni casi persino per i debiti delle imprese commerciali e industriali. In Europa, invece, anche i tempi eccezionali costituiscono occasione per insistere sulla virtù della parsimonia pubblica come strumento di pervicace opposizione all’emissione di bond e alla monetizzazione. E non importa se questa virtù, per l’Italia, sia stata dimostrata ininterrottamente dal 1992 (salvo rare eccezioni) con la formazione di avanzi primari.

D’altro lato, si fa spazio l’idea che la parsimonia privata sia da considerare un vizio, come suggerito, ad esempio, in un articolo recentemente pubblicato nella rivista tedesca Manager Magazin; per il fatto di aver lasciato crescere il risparmio privato ben oltre quello pubblico, in Italia sarebbe consigliabile applicare un’imposta patrimoniale fino al 25% (del valore patrimoniale!) da destinare ad estinzione del debito pubblico, persino immaginando che chi non abbia sufficiente liquidità se la possa procurare contraendo un prestito bancario per pagare l’imposta.

Così la rappresentazione si chiude nell’immagine di una pandemia di cui nessuno Stato ha colpa oggi; ma delle presunte colpe di ieri alcuni devono pagare, perché chi in passato si è indebitato non deve poter rispondere adeguatamente alla pandemia. Soprattutto in Italia, che al termine della precedente crisi finanziaria ha accresciuto il rapporto tra debito e Pil di 30 punti rispetto al 2007: per rimediare ai guasti dei mercati e non dello Stato indisciplinato. Ma questo evidentemente non conta. Così quando a fine emergenza sanitaria il rapporto supererà il 150% e l’economia sarà stremata, per rimediare alla crisi sarà ritenuto inevitabile falcidiare il risparmio privato accumulato in questi anni. Tutto si tiene in questa rappresentazione. Anche il convinto e inspiegato richiamo al pragmatismo nell’accettare quel che dall’Europa ci viene dato senza far troppe storie, e pazienza che si tratti di debito con gli esiti detti. Un pragmatismo che consente di coltivare la miopia e di lasciare che altri (forse i soliti) paghino il prezzo della crisi.

Università Roma Tre
Università di Bari

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