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Le decisioni europee. Nella trappola confederale

Dipendere dal gas russo è stato un errore strategico colossale della classe dirigente tedesca

di Sergio Fabbrini

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4' di lettura

Le implicazioni sociali ed economiche della crisi energetiche sono evidenti (e drammatiche). Meno evidenti sono invece le implicazioni geopolitiche ed istituzionali. Discutiamone. La politica energetica è una competenza nazionale da gestire attraverso il coordinamento intergovernativo del Consiglio dei ministri nazionali. La Commissione è richiesta di fare proposte, il Parlamento europeo di intervenire nell’eventuale traduzione legislativa di una decisione, ma quest'ultima è presa innanzitutto dai governi nazionali. Anche nella politica energetica, per dirla con lo scienziato politico ungherese Làszlò Bruszt, c'è una “trappola confederale” che imprigiona il processo decisionale. Le decisioni sono prese sulla base di un sistema di rappresentanza che enfatizza gli interessi nazionali senza bilanciarli con un interesse europeo. Le conseguenze di questo sistema si sono viste venerdì scorso, quando la riunione informale dei ministri dell’energia del 27 governi nazionali dell’Unione europea (Ue) è finita con un nulla di fatto.

Sulla base di un “non-paper” (documento di lavoro) della Commissione, i ministri hanno discusso le opzioni (cinque) proposte per giungere alla riduzione dei costi dell'energia. È stata però l'opzione di introdurre un tetto al prezzo del gas che ha portato in superficie le divisioni tra i 27 governi nazionali rappresentati da quei ministri. Per alcuni ministri (di Italia, Belgio, Polonia, Grecia), il price cap dovrebbe essere introdotto nei confronti di tutti i fornitori di gas; per altri (di Francia e Paesi Bassi) solamente nei confronti dei fornitori russi; per altri ancora (dell’Ungheria) non dovrebbe neppure essere considerato. Alla fine della giornata, si è manifestata una maggioranza favorevole di 15 ministri (su 27) a favore della proposta di un price cap generalizzato, una condizione necessaria ma non sufficiente per quindi formalizzare la proposta. Infatti, per una decisione a maggioranza qualificata del Consiglio dei ministri, è necessario disporre di una doppia maggioranza: 55 per cento dei ministri (e con 15 ministri ci siamo) che rappresentino però il 65 per cento della popolazione dell'Ue (e qui non ci siamo, in quanto tra i 15 non c'era la Germania, mentre la Francia era favorevole solamente ad un price cap per il gas russo). Anche con il voto a maggioranza qualificata, non si va da nessuna parte senza l'inclusione (nella maggioranza) di uno dei due grandi Paesi. In particolare, la Germania continua ad essere il Paese più refrattario verso l’opzione del price cap (anche per il gas russo). Come ha mostrato ieri Federico Fubini sul Corriere della Sera, la Germania ha continuato a beneficiare, pure nei mesi di guerra, di prezzi di favore da parte di Gazprom in virtù di contratti di lungo termine firmati con quest’ultimo. Il governo tedesco non vuole irrigidire i rapporti con Mosca, spingendola verso una chiusura generalizzata delle forniture (ora che arriva la stagione invernale). La freddezza tedesca nei confronti del price cap ha condizionato la presidente tedesca della Commissione, al punto che Ursula von der Leyen è stata criticata dal presidente del Consiglio europeo dei capi di governo, Charles Michel, sensibile invece verso il punto di vista francese.

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Dietro le resistenze della Germania, però, c'è una sua evidente debolezza. La crisi energetica sta ridimensionando il ruolo di quel Paese, conducendo ad un riequilibrio dei rapporti geopolitici interni all’Ue. La Germania ha costruito il proprio successo economico sul gas a basso costo proveniente dalla Russia, massimizzando la sua collocazione geografica limitrofa a quest’ultima. Successo utilizzato per promuovere la propria egemonia (economica e culturale). L’invasione russa dell’Ucraina ha mandato in pezzi il modello economico tedesco, oltre che le sue pretese di “superiore moralità”. Dipendere dal gas russo è stato un errore strategico, di proporzioni colossali, compiuto dall'intera classe dirigente tedesca (politica ed economica). Così, questa volta, è la Germania ad avere bisogno di aiuto. Dalla Francia (che glielo ha subito fornito), ma in prospettiva anche dai Paesi dell’Europa del sud. Infatti, la Spagna (che dipende solamente per il 10 per cento dal gas proviene dalla Russia) e il Portogallo dispongono di ben 7 terminali di gas naturale liquefatto, equivalente ad 1/3 della capacità trasformativa (processing capacity) esistente in Europa. Tant’è che il governo tedesco ha proposto di collegare, con nuove pipelines, i due Paesi iberici con il resto d’Europa, dimostrandosi disponibile a condividerne i costi con altri governi nazionali. Anche l’Italia (storicamente dipendente dal gas russo) ha tratto vantaggio dalla sua collocazione geografica. In poco tempo, il governo Draghi ha diversificato i fornitori di gas, aprendo nuovi contratti con Paesi del Nord Africa e con gli Stati Uniti (e facendo infuriare Mosca, oltre che i putiniani di casa nostra). L’Algeria ha preso il posto della Russia come nostro principale fornitore. La crisi energetica sta muovendo il pendolo verso sud.

Tuttavia, c’è poco da godere. Infatti, una politica energetica non dovrebbe favorire, oggi, gli interessi di alcuni Paesi e, domani, gli interessi di altri Paesi. Così come la politica anti-pandemica ha promosso l’interesse europeo alla sicurezza sanitaria, così dovrebbe avvenire anche con la politica energetica. Senza dotare Bruxelles di una sua capacità autonoma, non si potrà soddisfare l’interesse comune alla sicurezza energetica. Perché non usare il riequilibrio geopolitico per liberarci dalla trappola confederale, che oggi ci favorisce e domani ci penalizza?

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