Interventi

Le delocalizzazioni vanno combattute facendo le riforme

di Giuseppe Di Taranto e Angelo Guarini

(IMAGOECONOMICA)

3' di lettura

Le politiche di delocalizzazione sono un tema delicato. Basti pensare che alle loro conseguenze sull’occupazione fu dovuto parte del successo di Trump, eletto grazie ai voti degli Stati dove la globalizzazione aveva accelerato il processo di deindustrializzazione nell’automotive, nel siderurgico e nel metallurgico, riducendo nell’indigenza oltre il 15% della popolazione statunitense. In proposito,Noam Chomsky scrisse che Trump si era rivolto a quanti vivevano sulla propria pelle il degrado della società americana, «facendo leva sul profondo senso di rabbia, paura, frustrazione e impotenza di settori della nazione in cui la mortalità era aumentata: un fatto assolutamente inedito, se si escludono le guerre». Ed è significativo che Trump nel suo primo discorso da Presidente abbia rimarcato: «Per molti decenni abbiamo arricchito le industrie straniere a danno di industrie americane… a una a una le fabbriche chiudevano i battenti e abbandonavano il nostro Paese, senza la minima riflessione riguardo a milioni di americani che si lasciavano alle spalle».

Questa premessa è utile per comprendere la delicatezza del tema-delocalizzazioni. Negli anni, non poche imprese straniere hanno trasferito tecnologie e personale altamente qualificato italiano o hanno chiuso o ridimensionato le nostre aziende dopo averle acquisite. Storicamente, basti ricordare l’esempio della Olivetti, della Zanussi o della Cirio-Bertolli-De Rica… Oggi i tavoli di crisi aperti presso il Mise sono ben 87. Peraltro, il dato sopracitato è solo la punta dell’iceberg rappresentato dalle numerose crisi gestite a livello regionale: a titolo di esempio, la task force sulle crisi della Regione Puglia registra 49 tavoli aperti con più di 5.300 lavoratori coinvolti. Il copione è quasi sempre lo stesso: multinazionali che decidono di trasferire i propri stabilimenti fuori dal nostro Paese, spesso dopo aver ricevuto finanziamenti pubblici per la loro realizzazione. Ultima l’americana Carrier, che ha deciso la chiusura dello stabilimento abruzzese Riello e il licenziamento di circa 70 dipendenti per concentrare le attività su altri impianti italiani e polacchi. A ogni annuncio seguono dure dichiarazioni di rappresentanti politici e sindacali contro le multinazionali, invocando l’intervento del governo. Simile il copione anche delle istituzioni con l’annuncio di sistemi sanzionatori per chi delocalizza. Si ignora che le disposizioni regolanti la concessione di aiuti pubblici prevedono già clausole di clawback, ovvero la restituzione degli aiuti ricevuti in caso di trasferimento dell’attività finanziata in un determinato arco temporale. La stessa logica sanzionatoria pare sia stata quella dell’annunciato decreto Todde-Orlando. Un intervento che rischierebbe di essere percepito dai grandi gruppi come un ulteriore appesantimento alla propria azione d’impresa e, quindi, di generare un effetto contrario a quello voluto.

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Dinanzi alla perdita di posti di lavoro e di eccellenze produttive, assistere a un dibattito incentrato sugli effetti delle delocalizzazioni e non su un’analisi empirica delle cause reali, non è più sostenibile. Poco o nulla emerge circa un disegno di politica industriale di lungo periodo,che metta in funzione azioni sistematiche, strutturali e trasversali, tali da colmare definitivamente il gap con altri Paesi. Occorre che si affrontino e si individuino in maniera sistematica le ragioni che spingono le multinazionali ad andarsene dal nostro Paese. La verità è che oggi l’Italia è un posto dove sviluppare il proprio business è difficile. Il costo del lavoro è solo uno dei fattori negativi. Lo stesso dicasi per i livelli di tassazione. Vi sono Paesi europei con un’uguale o più alta imposizione fiscale, che tuttavia non registrano un’emorragia al pari di quella italiana. A determinare lo svantaggio competitivo del nostro Paese pesano molto di più fattori quali : il carico normativo e burocratico, l’eccessivo spacchettamento delle competenze della Pa, una giustizia civile lenta, l’incertezza del diritto, tempi di pagamento della Pa troppo lunghi e costi energetici elevati. Questo l’elenco di inefficienze e colli di bottiglia che sconsigliano di entrare o restare nel nostro Paese. Auspichiamo, pertanto, un’accelerazione delle riforme previste dal Pnrr su alcuni di questi aspetti (giustizia e burocrazia in primis) affinché si disegni una road map industriale di ampio respiro, che delinei logica, strumenti ed effetti degli interventi strutturali necessari ad invertire la rotta. Un impegno ineludibile perché si colmi la distanza che separa l’assetto politico, economico e amministrativo dell’Italia da una cultura imprenditoriale globalizzata, che richiede efficienza, dinamismo, competenza e visione.

*Professore emerito di Storia economica Luiss
Direttore Cofindustria Brindisi

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