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Le Dogane battono Ferrari in Cassazione: salvata dalla rottamazione falsa “Dino” degli anni ’50

All’agenzia delle Dogane non se la solo sentita di far rottamare una rara Dino di fine anni Cinquanta: volevano mostrarla ai loro ispettori. E hanno vinto

di Maurizio Caprino

4' di lettura

Troppo ben contraffatta per essere distrutta, meglio conservarla per mostrarla nei corsi di formazione per ispettori. Per questo l’agenzia delle Dogane si è imbarcata in un inusuale contenzioso nientepopodimenoché con la Ferrari. E ha vinto in Cassazione: ora la copia di una rara Dino 196/246 S di fine anni Cinquanta potrà restare al Museo della Contraffazione per essere studiata dagli addetti ai controlli doganali. Ma non potrà essere mostrata al pubblico.

Una storia che sembra incredibile, a chi sa come vanno le cose di solito. Di Ferrari contraffatte è pieno il mondo e la casa di Maranello è da sempre impegnata in una lotta senza quartiere. Aiutando e facendosi aiutare dalle autorità di controllo di mezzo mondo nella ricerca dei falsi.

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Eccessi di zelo

Non è una novità nemmeno il fatto che questa lotta sconfini anche in quel che può sembrare eccesso di zelo: la Ferrari denuncia anche le contraffazioni più marchiane. Praticamente, vetture con carrozzeria riprodotta in modo grossolano e interni identici a quelli di modelli notoriamente non Ferrari che prestano ai contraffattori anche la meccanica. O addirittura utilitarie camuffate.

Casi in cui la Ferrari inalbera come sempre il vessillo della tutela del marchio e dei clienti. Anche se pare lecito chiedersi se davvero al mondo ci sia ancora gente incapace di distinguere tra un prodotto che - a torto a a ragione - ha fatto la storia dell’automobilismo e un accrocco realizzato per gioco in uno scantinato.

Il (falso) capolavoro della discordia

Probabilmente solo questo può spiegare una battaglia legale durata un decennio, che ha visto contrapposti soggetti di solito alleati: la Ferrari e l’agenzia delle Dogane. L’oggetto non era certo una contraffazione grosssolana, ma addirittura la copia ben fatta di una rara Dino di fine anni Cinquanta. Ma era evidente che le Dogane non volessero certo portare acqua al mulino del contraffattori.

Tutto è iniziato al porto di Genova, crocevia abituale di imbarchi e spedizioni a rischio: dal motorino rubato e smontato in pezzi celati in casse che contengono tutt’altro alle top car destinate a essere riciclate in Nord Africa o nell’area del Mediterraneo. Dallo scalo ligure stava per essere spedita anche una Ferrari Dino 196/246 S, modello da corsa prodotto tra il 1958 e il 1960 simile alle mitiche Testarossa ma con motori 6 cilindri a V più piccoli, progettati a quanto pare da Dino Ferrari, figlio di Enzo morto in giovane età.

Gli ispettori doganali si sono accorti di avere davanti un falso, nonostante l’auto sembrasse un capolavoro storico della meccanica italiana. Di qui il sequestro e la confisca. E fin qui tutto normale.

La rottamazione evitata

I problemi sono iniziati alla fine dell’iter amministrativo. Come sempre, si trattava di applicare l’articolo 16 della legge 99/2009, il quale prevede tra l’altro, che «i beni mobili iscritti in pubblici registri, le navi, le imbarcazioni, i natanti e gli aeromobili sequestrati nel corso di operazioni di polizia giudiziaria per la repressione di reati di cui agli articoli 473, 474, 517-ter e 517-quater del Codice penale sono affidati dall’autorità giudiziaria in custodia giudiziale agli organi di polizia che ne facciano richiesta per essere utilizzati in attività di polizia ovvero possono essere affidati ad altri organi dello Stato o ad altri enti pubblici non economici, per finalità di giustizia, di protezione civile o di tutela ambientale».

Così le Dogane avevano chiesto di tenersi quella falsa Dino, per portarla al Museo della Contraffazione e mostrarla come caso-scuola ai propri dipendenti nei corsi di specializzazione. La Ferrari ha argomentato che persino questo potesse essere lesivo del marchio, per cui si sarebbe dovuta disporre la rottamazione prevista dall’articolo 83 del Dlgs 271/1989 quando il bene contraffatto e confiscato non viene richiesto da alcun organo.

Di qui in contenzioso portato avanti, a vari livelli e con esiti contrastanti, nel Tribunale di Genova. La fine è arrivata solo l’11 dicembre, con il deposito della sentenza della Cassazione, la 35544/2020.

La Corte ha innanzitutto chiarito che l’articolo 16 della legge 99/2009 si applica sia ai beni mobili registrati (come le auto) sia ai beni falsi (che essendo tali non possono essere registrati). In altre parole, quella Ferrari Dino non aveva i requisiti per poter essere immatricolata e quindi utilizzata su strada, ma ciò non escludeva che potesse essere richiesta da un organo dello Stato per le finalità consentite dalla legge, anche diverse dall’utilizzo come veicolo di servizio che di solito è quello che si cerca di ottenere.

Quest’ultimo utilizzo era stato escluso, proprio per l’inidoneità di quell’auto contraffatta alla circolazione, che nessuno metteva in discussione. Era quindi evidente che lo scopo delle Dogane non fosse quello di far circolare quella Dino, cosa che avrebbe effettivamente potuto ledere il marchio Ferrari. Altrettanto evidente, secondo la Corte, è che le Dogane siano organo di polizia giudiziaria, nelle materie di loro competenza.

Dunque, le «finalità di giustizia, di protezione civile o di tutela ambientale» previste dalla legge 99/2009 ci sono anche in questo caso. E «la finalità tutelata dalla legge n. 99 del 2009 è quella di affidamento del bene agli enti pubblici preposti, indipendentemente dall’uso tipico cui sono destinati, per soddisfare i fini e gli scopi istituzionali specifici di tali enti».

Tra questi scopi istituzionali, c’è anche la formazione del personale, cui le Dogane intendevano adibire quella Dino. Di qui l’ok della Cassazione.

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