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Le donne non si fidano ancora delle istituzioni

Secondo D.i.Re, solo il 27% delle donne, che si sono rivolte a un centro, ha intrapreso un percorso giudiziale

di Chiara Di Cristofaro

3' di lettura

È ancora difficile per le donne che subiscono violenza fidarsi delle istituzioni. La paura di vedersi portati via i figli, il timore di non essere credute, il pericolo di trovarsi di fronte a persone che non comprendano il vissuto violento: sono queste le motivazioni che frenano le donne nel cercare aiuto e giustizia nelle istituzioni. I numeri parlano chiaro: solo il 27% delle quasi 6000 donne intervistate da D.i.Re, che raccoglie oltre 80 organizzazioni che gestiscono centri antiviolenza e case rifugio in tutta Italia, ha intrapreso un percorso giudiziale, civile o penale. Una percentuale che, rilevata annualmente, resta praticamente costante.

Veltri: «Servono competenze e consapevolezza»

L’indagine qualitativa è stata elaborata grazie al contributo di 37 delle 82 organizzazioni socie di D.i.Re e ha analizzato le situazioni di 5.740 donne e conferma, tra l’altro, una bassissima fiducia delle donne nei percorsi giudiziali.Tra le istituzioni segnalate come vittimizzanti nelle varie fasi del percorso delle donne, emergono i servizi socio-sanitari, i consulenti tecnici d’ufficio, le forze dell’ordine e i tribunali.

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«Un quadro, quello che emerso dalla nostra indagine, per nulla rassicurante: siamo ancora molto lontane dal poter considerare le istituzioni come alleate nel contrasto alla violenza maschile sulle donne. Sono pochi i casi affrontati con la correttezza adeguata e con la giusta consapevolezza, approfondendo la conoscenza di un fenomeno sul quale – ormai – esiste moltissima letteratura e per il quale l’ignoranza e la superficialità non sono più consentite», ha commentato Antonella Veltri, Presidente D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza.

Un quadro che rende urgente la necessità di affrontare la vittimizzazione secondaria, quel fenomeno che rende le donne vittime una seconda volta, dopo la violenza subita, proprio per mano di quelle istituzioni che le dovrebbero proteggere. D.i.Re ha istituito l’Osservatorio sulla vittimizzazione secondaria e, nel 2024, presenterà i risultati di una ricerca statistica su questo aspetto del fenomeno della violenza, che tanto influenza la vita delle donne.A partire dall’inizio del 2023, insieme a questa nuova ricerca, D.i.Re organizzerà un gruppo di lavoro aperto ai vari stakeholder, che avrà l’obiettivo di monitorare e evidenziare tutte le buone pratiche nazionali che aiutano a contrastare le vittimizzazione istituzionale e secondaria delle donne.

Il ruolo dei centri antiviolenza e l'identikit di chi chiede aiuto

Il lavoro dei centri antiviolenza è fondamantale anche per il contrasto alla vittimizzazione secondaria, perché gli alti livelli di specializzazione delle professioniste che lavorano nei centri garantiscono che la donna possa essere accompagnata nel percorso di fuoriuscita dalla violenza a 360 gradi. Nel rapporto 2021 di D.i.Re emerge che nel corso dell'anno sono state accolte complessivamente 20.711 donne, con un incremento – rispetto al 2020 – del 3,5%.Le caratteristiche della donna che si rivolge a un centro antiviolenza D.i.Re sono consolidate negli anni: per quanto riguarda l’età, anche nel 2021 quasi la metà (46%) delle donne accolte ha un’età compresa tra i 30 e i 49 anni.

I centri della rete accolgono prevalentemente donne italiane (solo il 26% hanno una diversa provenienza), un dato costante negli ultimi anni (26% nel 2020 e 26,5% nel 2019) e allineato con il dato nazionale Istat del 2020 (27,7%) e del 2019 (28%). L’autore della violenza è prevalentemente italiano (soltanto il 27% ha provenienza straniera) e questo dato, oramai consolidato negli anni (con scostamenti non significativi), mette in discussione lo stereotipo diffuso che vede il fenomeno della violenza maschile sulle donne ridotto a retaggio di universi culturali situati nell’“altrove” dei paesi extraeuropei.

Le attività che i Centri garantiscono alle donne sono sempre varie: accoglienza e possibilità di consulenza legale nella quasi totalità dei casi, consulenza psicologica e percorsi di orientamento al lavoro in circa il 90% dei casi. L’attività dei centri si sostiene per gran parte sul lavoro volontario delle attiviste, di cui solo il 33, 3% è retribuito, anche a causa della scarsità e non strutturalità dei fondi.


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