la parità difficile

Le donne al top negli studi: «Le ore in ufficio? Un tabù»

Parlano le professioniste in posizioni di vertice nelle law firm: barriere culturali, equilibrio con la famiglia, smart working e policy adottate

di Flavia Landolfi


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3' di lettura

Flessibilità questa sconosciuta. Il mito del professionista incollato alla scrivania dello studio legale è duro a morire. E per le donne, insieme a fattori di natura culturale e a un’arretratezza generale dei servizi di cura, è uno dei tanti macigni frapposti tra il primo incarico da tirocinanti e la nomina a managing partner. È su questo fronte che sei tra le avvocate al top nelle law firm più importanti d’Italia interpellate dal Sole 24 Ore sono praticamente unanimi: per Giulietta Bergamaschi (Lexellent), Roberta Crivellaro (WhitersWorldWide), Barbara de Muro (Lca e AslaWomen), Laura Orlando (Herbert Smith Freehills), Claudia Parzani (Linklaters e Allianz Spa), Stefania Radoccia (Ey), scalare i gradini della carriera non è facile in generale, ma per le donne è ancora una partita giocata ad armi impari. Pesano, più di ogni altra cosa, i tempi di conciliazione con la vita privata, i carichi familiari, l’idea di una scarsa (o pressoché nulla) condivisione dei lavori di cura.

La grande sfida della diversità e dell’inclusione all’interno degli studi legali si scontra quindi contro un ostacolo anche qualitativo: la debole presenza delle donne nelle posizioni di vertice fa i conti con un tetto di cristallo difficile a scalfirsi, la conciliazione dei tempi di lavoro e vita privata che è ancora appannaggio di poche (e pochi). E con i tanti, troppi, stereotipi culturali che costellano il percorso di carriera delle avvocate.

Le “ricette” sono a portata di mano e in alcune realtà vengono utilizzate: il ricorso allo smart working e alle tecnologie è lo strumento principale, dicono le professioniste. E soprattutto negli studi legali dove si “viaggia” per obiettivi faciliterebbe la vita a molte delle professioniste di talento che popolano le realtà italiane. E che però restano nella gran parte relegate alle seconde o terze file con un percorso già segnato davanti a sé. I motivi sono i più disparati, ci dicono le “leader“ intervistate in questa pagina. A partire dagli stereotipi di genere che dilagano in tutti i settori economici, studi professionali inclusi.

Le resistenze culturali ad “accogliere” e far crescere le donne nell’ambito delle professioni ha un punto di partenza che nasce proprio dalla componente numerica. Confprofessioni ha rilevato che nel 2018 prevale ancora una forte componente maschile, pari al 64% contro il 36% femminile. Anche se a vivisisezionare questo dato emerge una ripartizione dei sessi in equilibrio nelle fasce di età più giovani, il che lascia immaginare uno scenario più roseo per effetto di un turn over sotto il segno dell’equality gender.

A pesare (e molto) sulla carriera c’è il famigerato fattore culturale, dicono in coro le avvocate che hanno raggiunto i vertici. È ultima solo in ordine di tempo la fotografia che l’Istat ci ha consegnato a novembre e secondo la quale «per l’uomo, più che per la donna, è molto importante avere successo nel lavoro» (32,5%), «gli uomini sono meno adatti a occuparsi delle faccende domestiche» (31,5%), «è l'uomo a dover provvedere alle necessità economiche della famiglia» (27,9 per cento). Secondo l’Istat quasi il 59% della popolazione si ritrova in questi stereotipi. E gli studi legali non fanno certo eccezione.

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