Interventi

Le due ipoteche che pesano sul Mercosur

di Valerio Castronovo


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(AdobeStock)

3' di lettura

Ci sono voluti quasi vent’anni di negoziato, fra alti e bassi, per giungere alla chiusura, il primo luglio scorso, dell’accordo di libero scambio, fra l’Unione europea e il Mercosur (composto da Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay). Ma va riconosciuta senz’altro l’importanza di quest’intesa, a giudicare sia dalle complesse vicende che hanno frattanto segnato l’America meridionale, sia dal suo valore in termini commerciali.

La dirittura d’arrivo verso la messa a punto di un accordo fra la Ue e una parte rilevante del Cono Sud cominciò a delinearsi dopo la scomparsa nel 2013 di Hugo Chávez, che aveva voluto, insieme a Fidel Castro, l’Alleanza bolivariana per le Americhe, in alternativa al progetto dell’Alca, della zona di libero scambio delle Americhe proposta dagli Stati Uniti. Venne così prendendo più consistenza la trattativa con l’Europa.

D’altronde Cile, Perù, Colombia e, dal 2011, anche il Messico (entrato nell’Alianza del Pacífico) avevano intanto stipulato specifici accordi commerciali con gli Stati Uniti traendone particolari vantaggi, seppur in misura diversa.

La decisione del Brasile e dell’Argentina (che, dopo la sospensione nel 2016 del Venezuela, per scorrettezze nei rapporti di mercato, concentravano il 97% del Pil complessivo del Mercosur) di accelerare la trattativa con l’Unione europea è valsa infine a rendere possibile l’elaborazione di un accordo di libero scambio tale da coinvolgere 780 milioni di consumatori (il più ampio finora al mondo) e da contemplare una riduzione delle tariffe doganali superiore di quattro volte quella del trattato siglato di recente fra la Ue e il Giappone.

Nelle tornate finali del negoziato sono state soprattutto la Germania (principale esportatrice di auto e manufatti in America latina), la Spagna e il Portogallo (per i legami storici con le loro ex colonie) a tirare la volata. Quanto all’Italia, si è manifestato il timore della Coldiretti (al pari dell’omologa organizzazione francese) per la concorrenza di carne e altri prodotti agricoli sudamericani; mentre Confindustria ha salutato in termini particolarmente positivi un’intesa destinata a consentire alle imprese europee un risparmio di quattro miliardi di euro di dazi all’anno.

In attesa della definizione di alcuni dettagli tecnici, c’è da augurarsi comunque che non s’aggravino nel frattempo certe ipoteche vecchie e nuove dei due principali Paesi del Mercosur. Il Brasile non è più da un pezzo, come sappiamo, lo stesso colosso, con una grande vitalità e forza espansiva, del primo decennio del secolo; e l’Argentina ha continuato a soffrire, durante la gestione dei coniugi Nestor e Cristina de Kirchner susseguitisi alla Casa Rosada quali eredi della tradizione politica peronista, degli stessi malanni finanziari ed economici di sempre, a cui hanno cercato di porre rimedio, per lo più, con forti dosi di interventismo pubblico di marca populista. Oltretutto, la miscela fra corruttela politica e malaffare ha seguitato a inquinare la vita pubblica in entrambi i Paesi.

Per di più, l’ombra di un default s’è nuovamente allungata sull’Argentina. E ciò nonostante la concessione nell’ottobre 2018 di un prestito per 56 miliardi di dollari del Fondo monetario internazionale. A suscitare l’incubo di un ennesimo capitombolo finanziario è stato il successo nelle primarie, in vista delle elezioni politiche del 27 ottobre, del candidato peronista Alberto Fernandez. In sostanza, la politica di austerità del presidente Mauricio Macrì, attuata con vari tagli alla spesa sociale per rimettere in sesto il bilancio statale, inizialmente salutata con favore dagli argentini, ha finito per sfociare in una pesante recessione: tant’è che la popolazione sotto la soglia della povertà risulta pari a quasi un terzo del totale e il neo-presidente brasiliano Jair Bolsonaro teme che il suo Paese divenga mèta di un’ulteriore ondata di migranti dall’Argentina.

Ma non è che l’economia carioca goda di buona salute, anzi da tempo versa in difficoltà; e adesso l’aumento degli incendi, che stanno devastando la foresta amazzonica, ha portato il G7 e l’opinione pubblica mondiale a mettere sotto accusa il governo di Bolsonaro per aver dato via libera al ricco agrobusiness brasiliano, interessato all’espansione dei terreni utilizzabili per l’allevamento e la produzione della soia.

Per Bruxelles, l’accordo col Mercosur ha coronato un lungo impegno diplomatico e operativo in funzione di una politica commerciale esente da tendenze protezionistiche. Ma adesso è evidente che i suoi sviluppi verranno a dipendere soprattutto da appropriate ed efficaci risoluzioni politiche ed economiche dell’Argentina e del Brasile.

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