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Le elezioni e la guerra dimenticata

Si potrebbe chiamarla “la grande rimozione”. Consideriamo i programmi delle due coalizioni (entrambe spostate sulle loro estremità) che potrebbero conquistare il governo il 25 settembre prossimo, per capirne le conseguenze.

di Sergio Fabbrini

(bizoo_n - stock.adobe.com)

4' di lettura

Si potrebbe chiamarla “la grande rimozione”. La guerra in Ucraina è in pieno svolgimento, anzi si sta allargando con la controffensiva militare che il governo Zelensky sta conducendo nella Crimea controllata dai russi, ma di ciò non si discute nella campagna elettorale in corso nel nostro Paese. Consideriamo i programmi delle due coalizioni (entrambe spostate sulle loro estremità) che potrebbero conquistare il governo il 25 settembre prossimo, per capirne le conseguenze.

Cominciamo dalla coalizione di sinistra-centro (“Italia democratica e progressista”). Qui, la guerra fa parte della ‘cornice' piuttosto che del programma elettorale vero e proprio. Si legge a p. 10, «l’aggressione russa all'Ucraina ha confermato che il posto dell’Italia è al fianco di tutti i Paesi che vogliono la pace e che difendono la forza del diritto dagli abusi della forza».

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Come? Non si sa. Non si parla, infatti, di aiuti militari da fornire al governo ucraino per difendere il suo Paese, né di pacchetti di sanzioni economiche per colpire chi sta aggredendo quel Paese. Si dice però che l’Italia, insieme a Germania e Francia, dovrebbe svolgere un’iniziativa politico-diplomatica «per la fine dell’aggressione russa all’Ucraina e l’avvio di negoziati di pace».

Quali sono i presupposti di tali negoziati di pace? Un’Ucraina in grado di difendere militarmente la propria sovranità territoriale oppure un’Ucraina che non è capace di farlo? E che esito avrebbe un negoziato di pace basato sul primo o sul secondo presupposto? Non se ne parla. Siamo in presenza della tradizionale retorica del pacifismo italiano. Un pacifismo che esalta la pace, lasciando ad altri (in questo caso, americani e britannici) il compito di difenderla sul campo. Certamente, il programma è favorevole che l’Unione europea (Ue) si doti di una Difesa comune, ma mette subito le mani avanti (p. 11): «È evidente che una Difesa comune non può ridursi ad essere identificata esclusivamente con un “esercito comune”. Occorre che sia condivisa l’analisi delle minacce, che vi sia un’agenda europea, che si gestiscono insieme strumenti e risorse». Davvero? È questo che abbiamo imparato dall’aggressione russa dell’Ucraina? Con questo programma, il partito più grande della coalizione, il Pd, ha preso le distanze dalle scelte compiute dal governo Draghi dal 24 febbraio scorso in poi, per accettare invece le posizioni parolaie della minoritaria sinistra radicale, ancora prigioniera delle sindromi della Guerra Fredda. Basti pensare al voto contrario, da parte di Sinistra italiana che fa parte della coalizione, all’entrata di Svezia e Finlandia nella Nato, come se la sicurezza europea dipendesse dal nostro (occidentale) unilaterale disarmo. Tutto ciò a settant’anni di distanza dal tentativo di De Gasperi e Spinelli di costruire una Comunità europea della difesa e a quasi cinquant’anni dalla dichiarazione di Berlinguer di «sentirsi più al sicuro sotto l’ombrello della Nato».

Vediamo ora la coalizione di destra-centro. Il suo programma (“Per l’Italia”) colloca correttamente la guerra in Ucraina al primo posto dei quindici punti che lo caratterizza. Sebbene il partito più forte della coalizione, Fratelli d’Italia (FdI), sia stato all’opposizione del governo Draghi, il programma è in continuità con quest’ultimo. Esso ribadisce (p. 1), il «rispetto degli impegni assunti nell’Alleanza atlantica, anche in merito all’adeguamento degli stanziamenti per la difesa», conferma «il sostegno dell’Ucraina di fronte all’invasione della Federazione russa e il sostegno ad ogni iniziativa diplomatica volta alla soluzione del conflitto». FdI si pone in coerenza con le posizioni assunte dal raggruppamento del Parlamento europeo cui appartiene, i Conservatori europei, di cui il partito polacco attualmente al governo (l’antirusso “Diritto e giustizia”) costituisce il gruppo principale. Tuttavia, non sempre carta canta. Infatti, per FdI, i Paesi (come la Polonia) che stanno aiutando l’Ucraina dovrebbero essere esonerati dal rispetto dello stato di diritto, come se la guerra fosse una lavandaia che tutto pulisce. Posizione difficilmente accettabile a Bruxelles. Per quanto riguarda Forza Italia, l’amicizia personale mai rinnegata tra il suo leader e il tiranno di Mosca scolorisce non poco le parole del programma. Infine, per quanta riguarda la Lega, essa non ha mai rinunciato ai rapporti di formale collaborazione con il partito di “Russia Unita” di Vladimir Putin, siglati nel 2017, come se fosse naturale collaborare con il partito di un regime autoritario. Così, non può stupire che nel programma elettorale della Lega (distinto da quello della coalizione), il problema della difesa (pp. 33-35) venga declinato in termini puramente nazionali e che non si parli mai di difesa comune europea nel capitolo dedicato all’Ue (pp. 166-168). Anche qui, ci penseranno gli americani a difenderci (e a difendere l’Ucraina). Noi, intanto, spendiamo i soldi pubblici per replicare apparati militari già presenti nell’Ue e per allargare l’occupazione nelle forze armate e di polizia.

In conclusione, quello che succede a Kiev sembra non riguardare le forze politiche che andranno al governo del Paese il prossimo 25 settembre. Tra aria condizionata e libertà, le due coalizioni sceglieranno la prima. Se l’Italia era divenuta, con il governo Draghi, un Paese atlantista ed europeista, promotore dell’Europa della difesa, con l’uno o con l’altro vincitore del 25 settembre essa ritornerà alla sua tradizione di ambiguità e doppiogiochismi. Poiché la protezione americana è sempre meno scontata, allora la grande rimozione andrebbe meglio definita come grande irresponsabilità.

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