Opinioni

Le élite deboli di un Paese inefficiente

di Dino Pesole

(AdobeStock)

3' di lettura

Già prima che esplodesse la doppia crisi finanziaria del 2008-2009 e del 2011-2013, si è discusso a lungo dei “colli di bottiglia”, i nodi di natura strutturale alla base del rallentamento dell’economia italiana: rigidità del mercato del lavoro; produttività stagnante; giustizia civile dai tempi biblici; istruzione; fisco; pubblica amministrazione; l’endemico, grave divario di crescita tra il Mezzogiorno e le altri parti del Paese. Poi ci siamo imbattuti nello spread, inesorabile termometro della percezione che si era diffusa sui mercati, nell’anno della crisi dei debiti sovrani e dell’attacco frontale all’euro, sull’imminente tracollo dell’economia nazionale gravata da un altissimo debito giudicato non più sostenibile.

La pandemia, con il suo pesantissimo bilancio in termini di crollo del Pil (-8,9%), sta riproponendo in tutta la sua drammaticità la questione chiave: quando sarà possibile riprendere a crescere non più a tassi annuali dello “zero virgola”?

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Il nuovo governo presieduto da Mario Draghi è chiamato a fornire risposte immediate, per dare corpo e sostanza al piano di riforme e investimenti da presentare a Bruxelles. In gioco i 191,5 miliardi assegnati al nostro Paese (oltre 300 miliardi nel totale delle varie voci del bilancio pluriennale), magna pars del massiccio piano di interventi messo in moto dall’Europa per far fronte agli effetti della pandemia. Occorre affrontare una crisi non meno preoccupante, come ci ricorda l’economista Andrea Capussela nel libro pubblicato da Einaudi dal titolo Declino Italia: la crisi di sfiducia di una società che «sa di essere condotta da élite deboli, incapaci di risollevarla» delusa delle scelte compiute alle elezioni del 2013 e del 2018, «che non vede altre soluzioni a portata di mano. È una reazione comprensibile, ma lascia il declino al suo corso». Come farvi fronte?

La strada tracciata nel libro è l’unica per la verità percorribile: il solido ancoraggio all’Europa. I rischi per noi si ridurranno, se l’Unione che sta affrontando la pandemia con risposte prima inimmaginabili (si pensi alla sospensione del Patto di stabilità e all’emissione di bond europei per finanziare sul mercato prestiti e sovvenzioni del Next Generation Eu) procederà spedita verso la via dell’integrazione. E si ridurranno se la nazione «riuscirà a riformare se stessa».

Svolta decisiva per un Paese organizzato «in modo iniquo e inefficiente», e serve a poco invocare (come si è fatto a più riprese almeno fino all’esplodere della pandemia) il “nemico esterno”, sia che prenda la forma di una globalizzazione mal governata, sia che si addossi la responsabilità ai migranti o all’euro.

Prima di tutto occorre indagare a fondo sull’origine del malessere Italia, a partire dalla «corruzione sistemica» e dall’evasione fiscale di massa, che combinate con la miscela della recessione e dell’ampliarsi del divario tra Nord e Sud acuiscono disparità e disuguaglianze. Il declino ha origini strutturali, ma non è una tendenza irreversibile per un Paese che negli anni del “miracolo economico” (non poi così lontani se si guarda ai cicli lunghi della storia) si collocava tra le economie più dinamiche a livello globale. Quando, come e perché il motore si è inceppato? Il libro individua un complesso di motivazioni economiche, politiche e cause che attengono all’«organizzazione della società». L’Italia «ristagna da un quarto di secolo» perché la produttività (via investimenti soprattutto in istruzione e ricerca, via innovazione sulla “frontiera tecnologica”,) si è bloccata. È prevalso il potere di interdizione delle élite. La crescita richiede «mercati aperti alla concorrenza» e regole uguali per tutti.

La risposta al quesito «perché l’Italia ha smesso di crescere» è “«perché ha smesso di innovare» e non ha saputo far fronte alla bassa mobilità sociale. Il debito pubblico «è figlio di quel declino». In Italia le culture politiche «sono debolissime». Con il «governo del Paese» presieduto da Mario Draghi è possibile ritornare a quella «rifondazione repubblicana» di cui si parla nell’ultimo capitolo del libro? Le riforme? Certo ne abbiamo bisogno. Ma attenzione – avverte l’autore – perché le riforme più urgenti sono quelle delle «regole effettive, settore per settore» che richiedono di rafforzare «la supremazia della legge» e la «responsabilità politica»: regole effettive, non quelle scritte.

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