letteratura

Le epifanie di Harold Bloom

Ci ha lasciato uno scaffale di libri, scritti in 70 anni di fervore critico e l'esempio di una vita interamente dedicata alla letteratura

di Luigi Sampietro


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(Fotogramma)

3' di lettura

È morto Harold Bloom. Uno dei pilastri della nostra casa della saggezza. Ci ha lasciato uno scaffale di libri, scritti in 70 anni di fervore critico e l'esempio di una vita interamente dedicata alla letteratura. Che, per quanto non faccia mai “succedere niente sul piano pratico”, come scrisse H.W. Auden; e “sia un prodotto assolutamente inutile, ma quasi mai nocivo”, ebbe a dire Eugenio Montale in occasione del suo Nobel; non serve solo agli accademici per fare carriera e agli editori per fare soldi, ma è una forza imprescindibile contro le forze della banalità.
L'eredità di Bloom si può riassumere in tre parole, desunte dalla traduzione del titolo del suo Western Canon. E sono: 1) il canone; 2) la letteratura; 3) l'occidente.

E cominciando dall'ultima parola – l'occidente, appunto – bisogna riconoscere a Bloom il merito di avere ristretto giudiziosamente l'ambito di qualsiasi possibile discorso sulla letteratura. Ha, in altre parole, suggerito di rimanere sul concreto e di attenerci (Bloom ha sempre evitato sistemi astratti e algoritmi impossibili) ai libri che nel corso di una vita siamo in grado leggere da cima a fondo. Nulla vieta di allargare lo sguardo su culture lontane nello spazio, ma non è possibile – ci ha insegnato – avvicinarle fingendo di dimenticare chi siamo.

La seconda parola su cui è doveroso soffermarsi è la letteratura. Bloom voleva evitare che, nelle mani delle svariate sètte culturali e politiche, diventasse – svilendosi – un'arma retorica a sostegno di scopi secolari. Perché, sosteneva, la letteratura è illuminazione, nutrimento dello spirito, e non ha altro scopo che di “salvare l'anima immortale”.
Il proposito e la pratica di Bloom, infatti, sono sempre stati quelli di indicare i libri di cui tener conto e da proteggere come patrimonio della memoria della tribù. Un canone imprescindibile – ed ecco la terza parola –contro le forze della banalità dilagante. Perché la letteratura, per dirla con Thomas Carlyle, “o è sacra o non è”. Cosa che, in termini gnostici, che sono poi quelli in cui Bloom per lo più si è sempre espresso, vuol dire che nella letteratura si può trovare quella saggezza che consola e dà senso (“ci insegna ad accettare i limiti della nostra natura”) negli anni della vecchiaia, nei giorni della convalescenza da una grave malattia e al cospetto della morte.

Una visione che non è semplicemente consolatoria che ha però irritato una intera generazione in armi che, a suo tempo, aveva preso a schiaffi Milton e Pope, e anche Shakespeare, senza averli magari neppure letti, solo perché “maschi, bianchi e per di più già morti”. Una generazione di sprovveduti che ha sempre visto nella letteratura un corpo contundente da usare in mille diverse battaglie, e che ha finito per dar luogo a quella che lo stesso Bloom aveva chiamato l'Accademia del Rancore: “Il cinismo ormai domina. La realtà sta diventando virtuale, i libri cattivi cacciano quelli buoni e la lettura è un'arte moribonda. Ma che importa?”.

Nato con la vocazione della poesia, Bloom ha intrapreso a suo tempo la carriera dell'interprete, cioè dell'esegeta, e ha finito tra i flutti di quel mare perennemente in tempesta (altro che otium!) che è l'industria accademica. Ma, fedele al primo amore, alla poesia Bloom ha dedicato la vita, imparando a memoria decine di migliaia di versi. Ha in questo modo saputo trasferire dentro di sé quel liquor vitae che a loro volta i poeti avevano trasferito dal mondo esterno nelle loro opere. Ed è – è sempre stata –, questa, la via che porta a una conoscenza, già teorizzata da S. T. Coleridge, in cui viene coinvolta l'intera personalità: in cui il soggetto che conosce e l'oggetto conosciuto non restano separati come succede in ambito scientifico, bensì confluiscono l'uno nell'altro, grazie a una co-inerenza o co-inherence e danno luogo a quella che gli antichi chiamavano gnosis. Una conoscenza che è partecipazione.

Populista dichiarato ma avverso a ogni forma di volgarizzazione, Bloom ha sempre propugnato una lettura estetica delle opere d'arte. E, ricorrendo al protagonista di Mario, l'epicureo (1885) di Walter Pater, ricordava che il termine “aesthetes” – a differenza di come lo intendevano i filosofi tedeschi del '700 – voleva dire in greco “colui che percepisce”, ovvero colui che vede dentro le cose in quei momenti privilegiati di un'opera che lo Stephen Dedalus di Joyce aveva chiamato, dal canto suo, “epifanie”. Manifestazioni che portano all'illuminazione.

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