a tavola con Carlo Ginzburg

«Le fake news ci sono sempre state, la difesa è nelle biblioteche»

di Paolo Bricco


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6' di lettura

«Quando, nel 1988, arrivai a Los Angeles, gli studenti più brillanti erano affascinati dal neoscetticismo. Per il neoscetticismo, la narrazione di finzione e la finzione storica erano indistinguibili. Il clima culturale di allora ha creato le condizioni favorevoli per le fake news di oggi».

Carlo Ginzburg ha lo sguardo insieme assorto e distaccato che hanno gli ispettori della gendarmérie francese o i detective dei police department americani quando fanno cadere lì, intanto che gli osti portano un Borgogna o le cameriere della birra ghiacciata, il collegamento logico e materiale fra eventi lontani nel tempo. Al Caminetto d’oro di Bologna, il vino messo in tavola dai camerieri è invece un Chianti Classico Badia a Coltibuono del 2016.

Ginzburg identifica uno dei cuori della nostra contemporaneità: l’ambiguità fra il vero e il falso e la propalazione come vero di ciò che è falso non dipendono solo dall’ipertrofia di internet e dei social media, ma sono anche la conseguenza di una specifica atmosfera intellettuale diffusasi trent’anni fa. Quasi l’effetto di uno smottamento. «Una delle grandi strutture del pensiero occidentale è fondata sulle prove: è la linea che da Aristotele passa per Quintiliano e arriva a Lorenzo Valla, il quale dimostra la falsità della donazione di Costantino. A questa linea si oppone quella che ha come caposaldo Nietzsche, in cui la retorica è contrapposta alla prova», spiega Ginzburg, mentre il cuoco del Caminetto sta preparando il bollito misto alla bolognese.

In queste due polarizzazioni, gli anni Ottanta hanno preso una direzione precisa, che è stata fondamentale per costruire il mondo – mentale prima che tecnologico, psicoideologico prima che economico – per come lo conosciamo: «L’influsso della Metahistory di Hayden White è stato significativo, in particolare negli Stati Uniti. Molte altre correnti culturali, penso a Michel de Certeau in Francia, hanno operato sulla concezione della storia, modificandone la percezione e provando a mutarne l’epistemologia».

Ginzburg, 80 anni, è per biografia, profilo e carattere uno degli intellettuali italiani più influenti e radicali. Suo padre era il filologo e studioso di letteratura russa Leone Ginzburg: membro del gruppo Giustizia e Libertà, poi del Partito d’Azione ai suoi inizi, una delle grandi anime dell’antifascismo italiano, morto quando il figlio aveva cinque anni. I volti dei due – il padre nelle foto in bianco e nero degli anni Trenta e il figlio davanti a me oggi a 80 anni – sembrano sovrapporsi a distanza di 75 anni dalla loro separazione, anche se il primo era più ossuto e il secondo è più tondo. Sua madre era Natalia Ginzburg, l’autrice di Lessico famigliare, Le piccole virtù e La famiglia Manzoni, comunista per diversi anni, uscita dal PCI nel 1952. Lui la ricorda nel disegno delle sopracciglia. La sua – la loro - famiglia era ebrea, appunto antifascista e di sinistra, radicata a Torino: «Sono cresciuto in una casa piena di libri, in via Morgari, nel quartiere San Salvario». Carlo Ginzburg ha scritto volumi che hanno segnato un prima e un dopo nella metodologia della ricerca e nella interiorità dei lettori, come il saggio di esordio del 1966 I benandanti. Stregoneria e culti agrari fra Cinquecento e Seicento e soprattutto come, nel 1976, Il formaggio e i vermi. Il cosmo di un mugnaio del Cinquecento, il libro sulle vicende del mugnaio friulano Domenico Scandella, detto Menocchio, condannato al rogo dall’Inquisizione per eresia perché autore di una particolare visione della nascita del mondo: “tutto era un caos, cioè terra, aere, acqua et foco insieme; et quel volume, andando così fece una massa, aponto come si fa il formazo nel latte, et in quel diventorno vermi, et quelli furno li angeli, et tra quel numero de angeli ve era anco Dio, creato anchora lui da quella massa in quel medesimo tempo”. A quel pensiero, dice Ginzburg: «Ricordo lo stupore provato nell’archivio arcivescovile di Udine, che era rimasto chiuso e inaccessibile a tutti per secoli, ero il primo dopo gli inquisitori a prendere in mano le carte dei processi a Menocchio».

    Come antipasto lui sceglie del patè di fegatelli con burro al timo e sale rosa, con della gelatina al Marsala e pan brioche. Io prendo della culaccia del salumificio Rossi di Parma, con pan brioche e burro dei colli bolognesi. Adelphi è già arrivata alla seconda edizione del suo ultimo saggio, Nondimanco. Un lavoro sofisticato e senza alcuna concessione semplificatrice in cui ha affrontato il tema della norma e dell’eccezione in un Niccolò Machiavelli fruitore della casistica teologica medievale e frequentatore della Politica di Aristotele, nel commento di San Tommaso d’Aquino. In questo libro, Ginzburg ha concentrato i suoi occhi di spillo sull’avverbio più usato da Machiavelli, nondimanco: appunto, dal Principe, “Era tenuto Cesare Borgia crudele, nondimanco quella sua crudeltà aveva racconcia la Romagna, unitola, ridottola in pace e in fede” e ancora “Quanto sia laudabile in uno principe mantenere la fede e vivere con integrità e non con astuzia, ciascuno lo intende; nondimanco si vede per esperienza ne’ nostri tempi quelli principi avere fatto grandi cose, che della fede hanno tenuto poco conto e che hanno saputo con la giustizia aggirare e’ cervelli delli òmini, e alla fine hanno superato quelli che si sono fondati in sulla lealtà”. E Ginzburg ha fatto tutto questo con l’attenzione alla lingua propria non soltanto del filologo ma anche del detective di rango abile a sentire i protagonisti e i sospettati, i testimoni e le persone informate dei fatti.

    Il cameriere arriva con il carrello del bollito: polpettone, cotechino, lingua, doppione e cappone. Lui prende tutte e cinque le carni, mentre io evito la lingua. Ginzburg è anche uno degli studiosi italiani con una più solida posizione internazionale. È stato ospite – fra le altre - delle università di Princeton, Chicago e Philadelphia. Dal 1988 al 2005, ha insegnato a Ucla: «Sei mesi ogni anno, le persone a cui ero più legato a Los Angeles sono state Perry Anderson, che in Italia è conosciuto per i lavori su Antonio Gramsci e Norberto Bobbio, lo storico del nazismo e della Shoah Saul Friedländer e Sanjay Subrahmanyam, di cui è stata pubblicata nel nostro Paese la raccolta Mondi connessi. Mia moglie Luisa Ciammitti, che è una storica dell’arte prima funzionaria alla Soprintendenza di Bologna e poi direttrice della Pinacoteca nazionale di Ferrara, ha collaborato con il Getty Center. Abbiamo cambiato varie case, tutte intorno a Santa Monica».

    Nel dialogo costante fra i libri e i libri e fra i libri e la vita, Ginzburg non ha un rifiuto luddistico verso le nuove tecnologie: «Le fake news sono sempre esistite. Internet non coincide con le fake news. Come studioso, ho sempre avuto il problema di un eccesso di domande rispetto al tempo, all’energia e alla conoscenza. Internet è un grande generatore di domande. Questa è una cosa positiva. Poi si va in biblioteca». Si va in biblioteca ad esercitare il metodo articolato e composito, filologico e intuitivo, archeologico e in fondo letterario di Ginzburg. «La mia identità culturale – riflette Ginzburg – è basata sulla lettura e sul dialogo continuo con i libri di quattro maestri molto diversi fra loro: l’antichista Arnaldo Momigliano, il medievista Marc Bloch, lo storico dell’arte Aby Warburg e il filologo romanzo Erich Auerbach». La dimensione molteplice del suo pensiero e del suo stile è arricchita dalla consustanziazione del lavoro storico con l’interesse per l’antropologia : per esempio Ernesto De Martino e Claude Levi Strauss. Arrivando, tramite l’analisi del rapporto fra la parola e il mito, alla morfologia di Vladimir Propp, che gli permette l’analisi della somiglianza delle forme storiche, per esempio i benandanti friuliani, gli sciamani siberiani e i lupi mannari baltici raccontati nel suo saggio del 1989 Storia notturna. Una decifrazione del sabba.

    Parlare con Ginzburg equivale ad una esperienza à la Borges. Sembra di entrare in un labirinto che diventa ora un gioco di rimandi, ora una galleria di specchi, ora una fabbrica di matrioske. In particolare per chi ha amato - e tuttora ama - la novità intellettuale della “Microstoria”. Prendiamo Nondimanco. L’atto del leggere il libro – e l’atto del parlare con l’autore – equivale ad accostarsi a Niccolò Machiavelli che legge un autore del Trecento come Giovanni d’Andrea, a Blaise Pascal che legge Machiavelli, a Carl Schmitt che legge Pascal che legge Machiavelli, a me stesso che leggo lui – Carlo Ginzburg – e a me stesso che leggo me stesso che leggo lui, Ginzburg appunto.

    Il cameriere porta in tavola il gelato alla crema, ma nessuno dei due osa guarnirlo con l’aceto balsamico. E, al caffè, nella rincorsa fra passato e presente, vita e storia, pensiero e parola Ginzburg torna alle prime settimane da studente alla Normale di Pisa, al seminario di Delio Cantimori sulle Considerazioni sulla Storia Universale di Jacob Burckhardt: «Per prima cosa Cantimori si informò “quanti di voi sanno il tedesco?”. Appurato che in pochi lo sapevano, disse: “non vi preoccupate, ne leggeremo più traduzioni”. Dopo una settimana, avevamo letto venti righe. Quella esperienza mi ha sempre ricordato il Nietzsche filologo, non ancora filosofo, per il quale “la filologia è l’arte di leggere lentamente”. Oggi in molti parlano di slow food, di cibo lento. Per me è importante anche lo slow reading, la lettura lenta».

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