I CONTRASTI NELLA MAGGIORANZA

Le fasi più difficili del rapporto Conte-Renzi nell’ultimo mese

Il “rimpastino” sembra appartenere al passato. E sulle dimissioni del premier, obiettivo di Iv, con conseguente crisi pilotata ed eventuale Conte-ter, da Palazzo Chigi filtra a dir poco scetticismo

(foto Ansa)

3' di lettura

ll braccio di ferro tra il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il leader di Italia Viva Matteo Renzi, con le conseguenti fibrillazioni che hanno caratterizzato la maggioranza nell’ultimo mese, si è sviluppato in almeno cinque tappe, in un crescendo di dichiarazioni che hanno reso difficile trovare una quadra politica, e che, almeno dall’8 dicembre al 4 gennaio, hanno determinato uno stallo nell’azione dell’esecutivo, a cominciare dal Recovery Plan.

8 dicembre: il veto di Italia Viva sul Recovery Plan

Venerdì 8 dicembre salta il Consiglio dei ministri sul Recovery Plan programmato nel pomeriggio. È stallo nella governance. A pesare su un’intesa il veto di Matteo Renzi sulla task force con sei supermanager e decine di tecnici per la gestione del Piano, secondo lo schema concepito dal premier. L’ex segretario del Pd attacca: «La struttura di Conte pensa a moltiplicare le poltrone. Per noi un ideale vale più di una poltrona. Circa il rischio di una rottura, spero proprio di no, ma temo di sì». Il giorno dopo in un intervento al Senato Renzi alza la posta e mette in discussione tutto l’impianto del Piano di rilancio contenuto nelle bozze portate da Conte sul tavolo del Consiglio dei ministri.

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28-30 dicembre, Conte lancia la sfida: sarà voto in Aula

Il 28 dicembre Renzi presenta le proposte (63 punti) per modificare il Recovery Plan. Senza l’’accordo sul piano, è il messaggio del senatore di Italia Viva, «è evidente che faranno senza di noi e le ministre (Elena Bonetti e Teresa Bellanova, ndr) si dimetteranno». Il 30 dicembre, in occasione della conferenza stampa di fine anno, Conte non mostra cedimenti e avverte Italia Viva: gli «ultimatum non sono ammissibili». E non guarda a un possibile rimpasto. Se verrà meno la fiducia di un partito il premier annuncia che andrà in Parlamento.

31 dicembre, Renzi: cambiare oppure all’opposizione

«Meglio andare all’opposizione che acccettare questo Recovery». Così Renzi il 31 dicembre replica all’ipotesi di una parlamentarizzazione della crisi annunciata dal presidente del Consiglio escludendo di fatto un possibile appoggio esterno in caso di uscita dal governo. «L’Italia ha una mole incredibile di soldi da spendere. Io voglio solo capire come li spendiamo.Perché se devono essere sprecati lo facciano senza di noi. Non vogliamo far cadere Conte, ma se lui non considera le nostre proposte nella stesura del documento più importante della legislatura allora si tenga il documento e noi gli diamo indietro le nostre poltrone».

4 gennaio, ultima trattativa sul Conte-ter

Mentre l’’ipotesi di individuare dei “responsabili” in Senato per sostituire i 18 senatori renziani si fa con le ore sempre più debole, si tratta su un Conte-ter: sul piatto i nodi del Mes sanitario, della delega sui servizi segreti e della riscrittura del Recovery Plan. Conte vuole però evitare una crisi formale con le inevitabili dimissioni nelle mani del Capo dello Stato. Ma Italia Viva avverte: «Un mini rimpasto non è la soluzione».

6 gennaio: il Recovery Plan approda a Palazzo Chigi

Dopo una notte di lavoro al ministero dell’Economia sulla nuova versione del piano italiano per l'uso dei fondi europei, il Recovery plan approda a Palazzo Chigi. Con numeri nuovi e problemi vecchi: fino a 18 miliardi per la sanità, ma anche la richiesta di usare almeno in parte (12 miliardi) i soldi del Mes per finanziare altri interventi sulla salute. Un'idea che il M5S continua a considerare irricevibile. Non è stato ancora convocato il Consiglio dei ministri chiamato a varare la nuova versione del piano per la ripresa.

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