BERLINALE 2020

Le «Favolacce» dei fratelli D’Innocenzo scuotono la Berlinale

In lizza per l’Orso d’oro, i registi italiani hanno presentato una fiaba nera anticonvenzionale

di Andrea Chimento


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3' di lettura

È arrivato il giorno del secondo film italiano in concorso al Festival di Berlino: dopo «Volevo nascondermi» di Giorgio Diritti (ma va segnalato anche «Siberia» dell'americano Abel Ferrara, una coproduzione tra Italia, Germania e Messico) è il turno di «Favolacce» dei fratelli D'Innocenzo.
I due gemelli romani, classe 1988, tornano a Berlino dove avevano presentato la loro opera prima, «La terra dell'abbastanza».
Ambientato nelle periferie residenziali più isolate di Roma, il film racconta di alcuni nuclei familiari la cui vita sembra scorrere serenamente e senza grandi intoppi: in questo quadretto rassicurante, iniziano a nascere delle tensioni, dovute ai figli, diligenti a scuola ma totalmente soli e profondamente infelici.
Come nel loro esordio, i fratelli D'Innocenzo ragionano sul confronto genitori-figli, in questo lungometraggio che racconta l'ipocrisia di facciata di tante famiglie e di tanti quartieri, oltre alla rabbia che può scaturire tra i più giovani di fronte a comportamenti che appaiono meramente di etichetta.

Una favola dark
Si potrebbe definire «Favolacce» un'ambiziosa favola dark, una storia corale che guarda anche un po' al cinema di Matteo Garrone, regista con cui i fratelli D'Innocenzo hanno collaborato per «Dogman».
Nonostante questo possibile collegamento, i due autori dimostrano di avere un tocco sempre più personale, capace di scuotere le coscienze e di non distogliere la cinepresa neanche di fronte a scene particolarmente forti e crudeli.

Potente nella messinscena e sconvolgente nel racconto, «Favolacce» gioca costantemente sopra le righe, si prende molti rischi, ma complessivamente riesce a mantenere un notevolissimo equilibrio.
Davvero invidiabile il talento di questi due nuovi, giovani autori che si confermano tra i nomi più interessanti del cinema italiano contemporaneo. Oltre alla capacità nel montaggio e dietro la macchina da presa, si distinguono come due bravissimi registi d'attori, dato che l'intero cast svolge egregiamente il proprio lavoro.

È un film che dividerà, anche a livello internazionale, ma che per il suo grande coraggio potrebbe entrare nel palmarès: se lo meriterebbe davvero.

The Woman Who Ran
In concorso è stato presentato anche l'atteso film del sudcoreano Hong Sang-soo, «The Woman Who Ran».
Il regista spesso premiato nei grandi festival mette in scena un racconto al femminile, con una protagonista che incontra e conversa con diverse altre donne, su tematiche che spaziano dalla vita quotidiana a riflessioni esistenziali.

Non si smentisce Hong Sang-soo con questo film pienamente nel suo stile, fatto di inquadrature semplici e di spunti sempre garbati e delicati.
La raffinatezza non manca, ma non ci sono grandi sequenze da ricordare e la maggior parte dei ragionamenti proposti sa di già visto e non riesce più a stupire come un tempo.

Never Rarely Sometimes Always
È un prodotto curioso fin dal titolo l'americano «Never Rarely Sometimes Always» di Eliza Hittman.
Protagonista è una ragazza della Pennsylvania, rimasta incinta senza volerlo. Insieme a sua cugina, parte per New York per poter abortire, ma il viaggio sarà soprattutto un modo per confrontarsi con se stessa.
Pellicola dalle tematiche forti, «Never Rarely Sometimes Always» è un film sulla solidarietà femminile, di grande attualità e capace di trattare col giusto rigore un tema non facile.

Peccato che l'andamento sia un po' altalenante e diversi passaggi appaiano decisamente ridondanti, ma ci sono comunque elementi di grande interesse, a partire proprio dalla conversazione che dà un senso al titolo dell'opera.
Buona prova della protagonista Sidney Flanigan.

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