viaggi d’arte

Le fiabe di pietra d’Ellora

Gilles Béguin e Iago Corazza illustrano l’immenso complesso rupestre indiano formato da monasteri buddhisti, santuari hindu e templi jaina

di Giuliano Boccali

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Gilles Béguin e Iago Corazza illustrano l’immenso complesso rupestre indiano formato da monasteri buddhisti, santuari hindu e templi jaina


4' di lettura

Prima di sposare l’amata Parvati, figlia di Himalaya divino re dei monti, Shiva dimora sul Kailasa, sublime montagna dai «picchi luminosi come ninfee candide» - così un grande poeta in sanscrito - consacrata dalla presenza del dio, come pure dalle fedi buddhista e jaina. La vetta (m. 6.638) è anche geograficamente reale, trovandosi nel Tibet sud-occidentale non lontano dai confini nepalese e indiano.

La residenza di Shiva

La residenza mitica di Shiva, “Signore del Kailasa” (Kailasanatha), è un palazzo fiabesco; del pari fiabesco è il santuario omonimo appartenente al grandioso insieme di Ellora nel Maharashtra, il sito rupestre più vasto dell’India 27 chilometri a nord-est di Aurangabad. Fiabesco il Kailasanatha o forse meglio miracoloso, anche se realissimo: perché questo edificio a due piani, molto complesso e articolato, dalle dimensioni imponenti di 33 metri in altezza e di 84x47 al suolo, è stato ricavato “per torre” - avrebbe detto Michelangelo - ossia scavando verticalmente e orizzontalmente la roccia “in eccesso” per lasciare le strutture architettoniche con i vuoti interni e, cosa ancora più stupefacente, le statue numerosissime che le integrano al di fuori e al di dentro. In altre parole, il santuario risultante, costituito da diverse “caverne” intorno a un’ampia corte e da tutta la loro ornamentazione, è un gigantesco monolito!

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Patrimonio Unesco

Non meno impressionante è il sito nella sua interezza, patrimonio mondiale dell’Unesco dal 1983: orientato da Sud a Nord per una lunghezza di circa 2,5 km, è costituito da 34 edifici, cioè 12 monasteri buddhisti, 18 santuari hindu e 6 templi jaina (i più tardi); cronologicamente, essi si distribuiscono nel periodo dal VI secolo d.C. alla prima metà del IX e i maggiori costruttori sono i sovrani della dinastia dei Rashtrakuta, attestati nella regione a partire da un’iscrizione del 742. Oltre agli straordinari valori estetici, il complesso si distingue come testimonianza della grande tolleranza religiosa nell’India tradizionale (ce ne sarebbe davvero bisogno oggi, non solo nel subcontinente), che permetteva senza contrasti la coesistenza fianco a fianco dei sacrari di tre religioni diverse.

Nonostante il rilievo assoluto di Ellora, sia le ricerche globali sia i volumi d’arte sono molto meno numerosi di quanto ci si aspetterebbe; in questa relativa scarsità giocano fra l’altro le enormi difficoltà tecniche fotografiche, causate dall’oscurità densa degli interni che certo non sarebbe appropriato illuminare a giorno artificialmente. La carenza è ora colmata, sul piano internazionale, dallo splendido volume Ellora. Santuari buddhisti, hindu e jaina del grande specialista Gilles Béguin con le fotografie di Iago Corazza che si valgono di tecnologie avanzatissime. L’opera è pubblicata da 5 Continents Editions e rappresenta il secondo volume di una serie in corso dedicata all’arte indiana.

Khajuraho

Il primo, curato dallo stesso team, merita di certo la menzione per l’analoga levatura sia della realizzazione sia del fascino irresistibile dei templi di Khajuraho ai quali è dedicato. A scanso di facili fraintendimenti (favoriti anche dalla propaganda turistica di stampo più volgare) questi non sono collezioni plastiche di amplessi avventurosi e spasmodici, ma capolavori dell’architettura indiana medievale le cui decorazioni rappresentano un cosmogramma spirituale; qui anche l’innegabile sensualità diffusa si risolve sul piano estetico in uno stato, per lo spettatore, di pura contemplazione.

La dimensione ascetica di Shiva

Per tornare a Ellora, l’iconografia del Kailasanatha e, nella maggior parte, anche degli altri santuari hindu, è dominata da Shiva e dalla sua cerchia. Trionfa così, per esempio, l’immagine potente di Shiva Nataraja, il “Re della danza” con la quale crea e distrugge l’universo: tema dal fortissimo dinamismo, dirompente nella diagonale perentoria delle braccia, ma insieme di simbolica valenza mentre calpesta il demone deforme dell’ignoranza che incatena gli esseri al giro doloroso e insensato delle ri-nascite e ri-morti. La dimensione ascetica di Shiva è espressa con pacata intensità dalla forma del dio come Mahayogi, “Grande yogin”, nella classica postura del loto, mentre l’aspetto versatile della sua complessa “personalità” emerge dall’attitudine affettuosa verso Parvati durante le nozze e dal dolcissimo, femminile abbandono contro la sua spalla della Dea, terrorizzata dal demone Ravana che scuote il Kailasa proprio sotto lo sfarzoso appoggio della coppia. Altrove (grotta 14) i due divini sposi sono effigiati mentre giocano ai dadi per passare la serata in famiglia (o così supponiamo). Sono solo pochi esempi di un’iconografia ricchissima, esuberante, poliedrica che sciorina fastosamente o intimamente scene e personaggi mitici non solo shivaiti, ma anche vishnuiti con le diverse manifestazioni (avatara) dell’altro dio supremo; o che si esprime con delicate, squisite modalità nelle decorazioni, per esempio nei capitelli o nei fregi. Una vera festa visiva e narrativa che si rinnova in ogni ambiente del palazzo, sorvegliato da celesti guardaporte o da fluviali divinità (Ganga e Yamuna) nell’aspetto di donne stupende.

Le introduzioni di Béguin a ciascuno spazio sono preziose e molto affidabili senza essere pedanti, mentre i corredi al volume - cronologia dei sovrani, piante, tabella delle dimensioni di ogni edificio e della ricostruzione cronologica, di notevole rilievo scientifico - lo completano in maniera assai accurata. Delle fotografie magistrali si è detto, rimane la festa anche solo nello sfogliare il volume.

Buddhismo e al jainismo

L’imponenza del Kailasanatha non mette in ombra le grotte buddhiste e jaina; infatti solo le loro dimensioni sono inferiori, non certo la statura artistica né l’importanza storica. Non va infatti dimenticato che proprio al buddhismo e al jainismo si deve la nascita, in India, delle architetture scavate poi esportate in tutta l’Asia; perché ai monaci le primitive regole consentivano solo nella stagione delle piogge una residenza stabile, appunto in grotta: da lì principia l’uso di ampliare e allestire le caverne naturali fino a renderle con il tempo abitabili stabilmente anche da piccole comunità di religiosi...

ELLORA. Buddhist, Hindu, and Jain Sanctuaries, Gilles Béguin, Photography by Iago Corazza, Edited by Christophe Hioco and Luca Poggi, 5 Continents Editions, Milano, pagg. 284, € 70 (acquistabile subito al sito dell’Editore: www.fivecontinentseditions.com, da settembre anche in libreria)

Khajuraho: Indian Temples, and Sensuous Sculptures, Gilles Béguin, Photography by Iago Corazza, Edited by Christophe Hioco and Luca Poggi, 5 Continents Editions, Milano, pagg. 284, € 70

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