Opinione

Le guerre scatenate dai tiranni dove la libertà di stampa non c'è

L'informazione, uno dei principali contropoteri, aiuta a mantenere salubre l'aria democratica dei Paesi, quando viene eliminata o compressa rischia di svilupparsi la muffa della violenza

di Carlo Melzi d'Eril e Giulio Enea Vigevani

Vladimir Putin (Ap)

3' di lettura

Nel 2021 il premio Nobel per la pace è stato assegnato a Maria Ressa, reporter filippina e a Dmitry Muratov, caporedattore di Novaya Gazeta, uno dei pochi giornali russi non asserviti e dunque oggetto di violenze e minacce, “per i loro sforzi per salvaguardare la libertà di espressione, che è precondizione per la democrazia e per una pace duratura”.
In precedenza, una sola volta il premio era stato assegnato a un giornalista: nel 1935 a Carl von Ossietzky, all'epoca già detenuto in un campo di concentramento, perché fiero oppositore fin dalle origini del nazismo. Non potrà ritirare il premio e morirà detenuto tre anni dopo.
Oggi, che la guerra è ritornata nel cuore dell'Europa, questo parallelismo fa una certa impressione.

Il regime russo, è cosa nota, si è distinto per la repressione violenta della stampa e d'altra parte la circostanza non stupisce: tutti i Paesi autocratici sono naturalmente ostili a ogni sistema di contropoteri. E quindi scompaiono o vengono zittiti i partiti di opposizione, gli organi amministrativi di controllo, la magistratura indipendente. Con essi anche il più parcellizzato, il più diffuso e quindi anche il meno controllabile dei contropoteri: la libera stampa.

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Questa viene sostituita dall'apparato di informazione del regime, ove fioriscono a profusione incredibili affermazioni propagandistiche, sulla scorta delle quali giustificare, agli occhi della propria gente, le peggiori nefandezze. Accade nei periodi di pace, accade, a maggior ragione, quando la violenza prende il posto del dialogo e della diplomazia.Si tratta del terreno di coltura ove più facilmente il potere, lasciato libero di espandersi senza limiti, degenera nelle sue forme più odiose e più pericolose, come dimostra la tragica cronaca di questi giorni.

E così una mattina giunge la notizia peggiore: un dittatore piega al proprio personale disegno di potenza la cronaca e la storia, fino alla terribile scelta di dare il via a una invasione, battezzandola con feroce eufemismo “operazione militare speciale”.

D'altra parte, non bisogna essere né storici né esperti di politica internazionale per sapere che una guerra di aggressione è scatenata assai più di frequente da un tiranno che da una democrazia. Le democrazie, quando sono tali, si difendono o reagiscono, difficilmente assumono iniziative belliche per mera volontà di conquista. Non che sia impossibile, intendiamoci, ma è più raro. E ciò, con ogni probabilità anche perché quando un ordinamento non solo lascia spazio, ma si contraddistingue per l'esistenza di poteri e contropoteri, nel contraddittorio fra essi le prepotenze si stemperano.

Quando poi l'informazione non è schiacciata dal politico in carica, ma anzi ne vaglia con severità le scelte, di solito l'opinione pubblica non permette opzioni autodistruttive in nome di una retorica greve ispirata da fini secondi, a volte puramente ideologici, a volte frutto di deliranti costruzioni di ego marmorei.

Di fronte a queste derive ripetutesi ora e che non sono una novità se sfogliamo il libro dei fatti del passato, quali risposte ci si dovrebbe attendere dall'Europa e in generale dalle democrazie occidentali? Non spetta a noi dirlo, se parliamo di reazioni immediate. In materia diplomatica o di politica estera e militare non abbiamo alcun titolo per esprimerci. Tuttavia un suggerimento più generale, da applicare nel medio e nel lungo periodo, ci sentiamo di esprimerlo.

Forse, invece di “esportare la democrazia” come qualcuno ha cercato di fare, utilizzando la forza, negli anni passati, si potrebbe tornare a rivendicare con un certo qual orgoglio i nostri ordinamenti. Certamente complessi, non sempre efficienti, ma dotati di quell'articolato sistema di pesi e contrappesi che costituisce il principale antidoto alla china verso il sopruso di Stato. Parte indispensabile del sistema è proprio la tendenza alla creazione delle condizioni migliori per lo sviluppo di un discorso pubblico il più autorevole, indipendente e plurale possibile. Questo carattere, preziosa eredità della cultura europea, dovrebbe essere mostrato con fierezza e semmai veicolato il più possibile ove assente.

Perciò l'oppressione della stampa, cui a volte si guarda con troppa sufficienza, quando accade in realtà lontane, è viceversa fenomeno pericolosissimo. In quello stesso terrario nasce il germe che infetta la società, creando un contesto in cui proliferano forze distruttive. Insomma, la voce che denuda il re è il migliore amico del popolo. Parafrasando Michele Serra anni fa, su tutte le terre oppresse dalle dittature bisognerebbe organizzare il più grande lancio di libri, e aggiungiamo noi di giornali, della storia. E forse, grazie alle moderne tecnologie, per questo lancio non è necessario mobilitare l'aviazione ma basterebbe un gruppo di bravi informatici.

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