L’incontro

«Le idee si concretizzano con le mani»

di Giulia Crivelli

Anna Zegna

6' di lettura

L’inflessione piemontese di Anna Zegna resiste, pur stemperata dagli anni trascorsi all’estero per l’università e dall’uso giornaliero di inglese e francese. Non c’è traccia invece di accento milanese, benché quasi ogni giorno da Biella raggiunga il suo ufficio in via Savona, nella sede del gruppo, l’ex stabilimento Riva Calzoni, brillantemente ristrutturato dallo studio Citterio. Orgogliosa della sua “piemontesità”, la presidente della Fondazione Zegna è altrettanto fiera di avere sempre uno sguardo sul mondo, fuori dai confini dell’Italia e da quelli della moda e del lusso.

Il fratello Gildo, amministratore delegato del gruppo Ermenegildo Zegna, siede nell’ufficio accanto al suo. Nei pochi giorni dell’anno in cui si trova a Milano e non su un aereo per visitare uno dei cento mercati in cui l’azienda è presente (l’export è al 90%), lo scambio di idee è costante. Perché Anna Zegna segue tutto ciò che non compete direttamente a Gildo o al cugino Paolo, presidente dell’azienda: la Fondazione, l’Oasi Zegna, i progetti legati all’arte e in genere quelli di sostenibilità sociale e ambientale. «Siamo tutti iperconnessi, anch’io – dice Anna Zegna gettando uno sguardo ai due cellulari appoggiati davanti al computer, che si illuminano per segnalare mail, messaggi e chiamate, ma sono stati rigorosamente ed educatamente silenziati –. Però continuo ad avere un’agenda di carta e l’idea di perderla mi terrorizza, anche se quasi tutti gli appuntamenti, scadenze e impegni sono segnati sullo smartphone. Provo ancora molto piacere nello scrivere a mano e credo che aiuti a concentrarsi e, cosa importantissima per me, a ricordarci sempre che le mani sanno tradurre le idee in qualcosa di concreto. Un principio attorno al quale ruota l’intera filosofia del gruppo Zegna». Quando le raccontiamo che Alexa Joyes, direttore del Worldwide Education Program di Microsoft, ha chiesto perdono (letteralmente) per aver pensato che «l’umile penna potesse scomparire dal nostro mondo ossessionato dalla tastiera», Anna Zegna sorride. «In effetti mi sembra sensato supporre che i processi di apprendimento possano migliorare grazie a un gesto così semplice come lo scrivere appunti a mano».

Loading...

Dopo la laurea in scienze politiche, presa a Losanna nel 1980, Anna Zegna si spostò a Londra, per un master in pubblicità e marketing. La prima esperienza di lavoro non fu in Zegna, bensì con Gianni Versace, dal 1982 al 1984. Non sembri un paradosso: a una ragazza cresciuta, come tutta la famiglia, nel culto della sobrietà e dell’understament del nonno Ermenegildo, fondatore dell’azienda, sembrò più che ragionevole immergersi in un mondo, quello di Versace, animato da un approccio completamente diverso e che si rivolgeva a un pubblico lontano dalla sartorialità maschile di Zegna.

«Ho imparato tantissimo dai tre anni passati alla maison Versace. Mai avere paura della diversità, in ogni senso. Se davvero ci si apre alla conoscenza, se ci si impegna ad ascoltare, ogni situazione nuova può arricchirci, ogni incontro può aprirci la mente. È con questo spirito che nel 2000 la nostra famiglia ha istituito la Fondazione Zegna. L’obiettivo è migliorare la qualità di vita di comunità e singoli individui nel nostro territorio, il Biellese, oltre che in Italia e nel mondo. A guidarci in fondo è sempre la figura di mio nonno: uomo del Novecento, imprenditore illuminato, fautore ante litteram della corporate social responsibility, era profondamente convinto che etica, imprenditorialità ed estetica potessero convivere. Anzi, che non potessero esistere separate una dall’altra».

Anna Zegna, image director del gruppo dal 1995, è perfettamente consapevole che le attività della Fondazione e dell’Oasi sono legate alla solidità del gruppo e al lavoro di tutte le persone che ci lavorano e da chi le guida. Anche grazie ai suoi studi, in cui ha spesso incrociato temi economici, segue da vicino i mercati ai quali il gruppo Zegna si rivolge ed è attentissima ai cambiamenti nelle abitudini di consumo di uomini e donne. I suoi figli, Vittorio e Giulia, hanno 25 e 27 anni e Anna Zegna sente una piacevoli e incoraggiante affinità con tutti i Millennial, i nati dopo il 1980, che secondo uno studio di Bcg già oggi assorbono un terzo dei consumi di lusso mondiale. «Sono molto attenti alla sostenibilità, nel senso più ampio del termine. Quando fanno un colloquio sono spesso loro a interrogare chi potrebbe offrirgli un posto di lavoro. Vogliono sapere quali sono le politiche aziendali di rispetto dell’ambiente, come è organizzato il welfare, che tipo di impegno sociale si ha. E forse sanno anche dare maggiore importanza alla crescita personale e al tempo che si dedica a sé stessi, che non può essere solo quello del lavoro, della carriera. Sono ambiziosi, ma in un senso più profondo, più complesso delle generazioni precedenti: hanno sogni e desiderano crescere come persone e come cittadini del mondo. Percepiscono l’interconnessione e l’interdipendenza di tutto noi abitanti della Terra. Se fanno un colloquio in Zegna non possono restare delusi: desideriamo da sempre creare valore. Non significa solo guadagnare di più, ma far guadagnare di più tutti, in termini di salute, benessere, istruzione, con progetti concreti».

Nel 2016 il fatturato del gruppo Zegna (che ha in portafoglio anche Agnona, forse il più raffinato dei brand da donna specializzati in cashmere) è stato di 1,156 miliardi di euro, con un utile netto di 20 milioni. Come ogni anno, un importante parte dei profitti viene reinvestita in azienda e nei progetti della Fondazione e dell’Oasi Zegna, creata nel 1993 da Anna insieme alla cugina Laura. Un’area montana protetta di circa cento chilometri quadrati in cui tutti possono entrare, con numerose strutture turistiche e programmi di tutela delle tradizioni dei monti biellesi: il primo esempio italiano di mecenatismo ambientale.

«Siamo uno dei pochissimi gruppi italiani al mondo a poterci definire “from sheep to shop”: controlliamo l’intera filiera, dall’acquisto delle migliori materie prime alla vendita in negozio (oggi la rete conta oltre 500 monomarca nel mondo, 287 dei quali gestiti direttamente, ndr). Abbiamo partnership di lunghissima data con allevatori di pecore e capre di Australia, Nuova Zelanda e altri Paesi, coltiviamo il know how artigianale passato di generazione in generazione e crediamo nella felice interazione tra macchine e creatività delle persone. È accaduto che chi lavora in fabbrica suggerisse modifiche o migliorie per un telaio, ad esempio. La sfida è proprio questa: integrare la tecnologia, forse persino i robot, con le specificità insostituibili degli esseri umani. Non so se si vada davvero verso l’intelligenza artificiale, ma credo profondamente nell’intelligenza delle persone e nell’importanza di realizzarsi nel lavoro manuale».

È partendo dalla sua passione per gli aspetti tecnici, industriali e commerciali, oltre che di marketing e comunicazione, che Anna Zegna ha impostato la partnership con San Patrignano. «Abbiamo sostenuto e continueremo a sostenere organizzazioni come Care&Share, che si occupa dei bambini meno fortunati dell’Andrha Pradesh, in India. Poi ci sono Cesvi, attiva nell’accoglienza degli immigrati, Oxfam, Amref, Wwf, Fai... Senza dimenticare l’arte: collaboriamo da anni con la Fondazione Pistoletto e il Teatro Regio di Torino. Però il legame con San Patrignano è speciale, ci permette di usare il nostro know how “from sheep to shop” per dare una seconda opportunità a tanti ragazze e ragazzi e da questa avventura, iniziata nel 2012, ci sentiamo già profondamente arricchiti».

In meno di quattro anni il workshop creato dal gruppo Zegna nella comunità che dal 1978 si occupa di salvare tossicodipendenti da un destino di emarginazione e disperazione, ha raggiunto il break even. Sotto la direzione creativa di Barbara Guiducci, 40 ragazze e ragazzi di San Patrignano (nel 2012 erano dieci) tessono, cuciono e creano prodotti finiti per il Lanificio Zegna e Agnona, ma anche per marchi come Cucinelli, Faliero Sarti, Ferragamo, Malo e interior designer, a cominciare da Peter Marino. Senza dimenticare Victoria Beckham, che ai laboratori di San Patrignano ha affidato alcuni cappotti della sua ultima collezione. «Il progetto più recente coinvolge il London College of Fashion – sottolinea Anna Zegna –. In giugno selezioneremo le migliori idee degli studenti del corso di menswear e tesseremo per loro a San Patrignano. La parte di confezionamento invece avverrà anche nelle carceri inglesi, poi ci sarà la presentazione al pubblico e chissà, potrebbe arrivare una commercializzazione. Ma non è l’aspetto più importante: ciò che conta davvero, in questo progetto con San Patrignano, è dimostrare che nessuno è perduto per sempre, che le persone hanno diritto a una seconda possibilità, a scoprire talenti che pensavamo di non avere, a diventare responsabili del proprio futuro. Penso ai ragazzi di San Patrignano, ma sono cose che dico sempre anche ai miei figli. Nessuno li obbliga o obbligherà a lavorare nel gruppo Zegna, però spero di aver loro trasmesso la convinzione che il lavoro onesto e sicuramente quello manuale, nobilita davvero l’uomo».

Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti