intervento / la proposta

Le imposte vanno rinviate a quando le imprese avranno flussi per pagarle

La crisi economica che la pandemia ha creato e creerà mette gli Stati di fronte all’urgenza di impostare nuove politiche fiscali

di Marco Versiglioni*

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La crisi economica che la pandemia ha creato e creerà mette gli Stati di fronte all’urgenza di impostare nuove politiche fiscali


3' di lettura

Dinanzi all’aggravamento della crisi economica che la pandemia ha creato e creerà, l’attenzione di tutti, persone, imprese e Governi, è calamitata dalle liquidità. Pare, dunque, giunto il momento propizio per impostare nuove politiche fiscali che dovrebbero porre al centro della loro azione i flussi di liquidità privati o pubblici, naturali o artificiali, generati o assorbiti dai governi (si veda anche «Rivista telematica di diritto tributario» 2020 free).

Tra l’altro, in questo nuovo contesto, acquista maggior interesse l’ipotesi (risalente al 2014) di eliminare l’attuale sistema di tassazione delle imprese basato sul “reddito economico” (ossia sul reddito calcolato per competenza partendo dai dati del conto economico) e di assumere, invece, il sistema di tassazione basato sul “reddito liquido” (ossia sul reddito calcolato per cassa partendo dai dati del rendiconto finanziario).

La situazione post Covid-19 appare infatti ben più grave di quella, pur preoccupante, nel cui contesto fu proposto l’innovativo concetto di “reddito liquido”. In specie, con riguardo al vulnus arrecato ai principi di solidarietà, uguaglianza e capacità contributiva.

Il «virus economico»

In effetti, l’idea, antica, di considerare reddito tassabile i frutti, o meglio, il reddito maturato, ancorché non incassato, si è trasformata, dapprima, in un agente patogeno e, poi, con la mutazione indotta dalla crisi del 2008, in un vero e proprio virus economico che discrimina ingiustamente i contribuenti quanto gli Stati.

Vengono infatti avvantaggiati senza alcuna giustificazione logico-giuridica quanti dispongono di liquidità sufficiente a far fronte alla “tensione finanziaria” posta dall’obbligo di pagare un tributo sorto da un presupposto non liquido rispetto a quanti, invece, non dispongono di tale liquidità.

Il “reddito economico” è così divenuto, e ancor più diverrà nella prospettiva aperta dal coronavirus, un fattore di accrescimento delle disuguaglianze, non solo perché viola apertamente il principio di capacità contributiva ma perché, soprattutto, costruisce in modo pandemico indebite e sleali differenze di competitività e produttività, prima tra imprese e poi, progressivamente, tra Stati.

Infatti, è intuibile che il peso micro e macroeconomico di questa ingiusta tensione finanziaria sia in Italia ben maggiore di quanto sia, ad esempio, in Germania o in Francia.

Ma il sintomo più grave che il “reddito economico” produce è forse quello psicologico, poiché esso mortifica la motivazione imprenditoriale e ostacola la produzione di energia economica che serve allo sviluppo.

Infatti, essere tassati in via definitiva prima che i mezzi finanziari investiti nell’impresa siano rientrati nella disponibilità di chi investe, ricorrere al credito per pagare imposte su redditi non incassati, subire l’inutile complicatezza di norme caotiche e sempre opinabili, riscontrare una notevole differenza tra utile di esercizio e reddito tassabile, attendere lunghi periodi di ammortamento, pagare le imposte su beni che si hanno in magazzino o su crediti oggetto di lunghissimi contenziosi civili, e così via dicendo, per non dire, in ultimo, subire aliquote d’imposta mediamente più alte di quelle applicate a concorrenti esteri, ecco, tutto ciò tende a far crescere un senso di rassegnazione che, forse, neppure la possibilità di accedere a nuove linee di credito garantite dallo Stato o dall’Europa potrà mai trasformare nell’entusiasmo necessario e sufficiente alla ripresa.

Metodi da modificare

Forse, più che facilitare ulteriore indebitamento, occorrerebbe, invece, trovare un “vaccino” che permettesse di assecondare il pagamento del tributo con l’andamento nel tempo dei flussi positivi netti di liquidità, incentivare l’impiego di capitale proprio assicurando il rinvio della tassazione definitiva al momento nel quale l’espressione di capacità contributiva sarà divenuta liquida, ossia effettiva, promuovere l’investimento in beni strumentali (il cui acquisto diverrebbe subito interamente deducibile), disciplinare l’intero reddito di impresa con cinque o sei articoli (in luogo dei tanti articoli odierni), ancorare la tassazione a fatti semplici, singoli e non opinabili; creare un sistema unico e generale eliminando le centinaia di agevolazioni vigenti; evitare cadute di gettito e, anzi, rendere più certo il gettito erariale atteso; rendere compatibili le imposte sul reddito sia con le norme comunitarie, sia con le convenzioni internazionali stipulate con altri Paesi.

Un sistema, ancora da testare, potrebbe essere appunto il “Sistema di tassazione del reddito liquido” (si veda anche www.redditoliquido.it). Se una sua sperimentazione adeguata potrebbe richiedere del tempo, perché intanto non introdurre una clausola generale di salvaguardia che rinvii il pagamento delle imposte sul reddito 2019 sino al periodo nel quale l’impresa avrà progressivamente realizzato un flusso positivo netto di liquidità almeno pari alle imposte da versare per il 2019?

Forse una clausola, generale e semplice, potrebbe salvare imprese e comunque contribuire a creare quel clima di serenità e fiducia che serve alla sopravvivenza di un’economia malata, in attesa di poter varare il “reddito liquido” e sperare nella sua efficacia.

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