sostenibilità

Le imprenditrici agricole lanciano gli Agritessuti: «Una filiera da 30 milioni»

Presentato a Roma dall’associazione Donne in Campo di Cia il progetto per ridare slancio alla produzione di canapa, lino e seta e alle tinture ricavate da vegetali e scarti agricoli. Con le donne al centro

di Chiara Beghelli


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Creazioni della stilista Eleonora Riccio

2' di lettura

Uno dei legami più antichi della storia dell’umanità potrebbe diventare un’avanguardia quasi futuristica: quello fra le donne e la produzione di tessuti, che rimanda persino a divinità e figure mitologiche e che oggi è simbolo di sostenibilità, parola chiave di questo periodo e tema centrale nell’industria contemporanea del tessile-moda. Un’industria che è la seconda più inquinante al mondo dopo quella petrolifera e che è responsabile del 10% delle emissioni totali di CO2 e che per questo si sta impegnando a ridurre il suo impatto sul pianeta. Il Fashion Pact promosso all’ultimo G7 ne è un chiaro segnale.

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Questo impegno passa anche dalla ricerca di nuovi e più sostenibili materiali e processi produttivi. Ed è con questo obiettivo che Donne in Campo, l’associazione femminile di Cia-Agricoltori Italiani, ha creato il marchio “Agritessuti”, un progetto che mette insieme agricoltura, ambiente e abbigliamento e vuole valorizzare la produzione di tessuti naturali, dunque fatti di fibre e tinti con colori vegetali. Per presentarlo, a Roma è stata organizzata anche “Paesaggi da indossare - Le Donne in Campo coltivano la moda”, una mattinata di studi che nella sede nazionale di Cia ha riunito imprenditrici agricole, docenti e ricercatrici per fare il punto sulle potenzialità delle fibre tessili naturali. E che si è chiusa con la sfilata della collezione di Eleonora Riccio, giovane stilista romana che ha in curriculum lo studio della storia del colore e usa solo tinture naturali per i suoi capi.

Secondo la Cia, la produzione di lino, canapa e gelso da seta oggi coinvolge circa 2mila aziende agricole in Italia, per un fatturato di quasi 30 milioni di euro se si considerano anche le attività connesse. Se la filiera degli Agritessuti venisse incoraggiata - osservano le Donne in Campo- questa cifra potrebbe triplicare già nel prossimo triennio. Per esempio, coinvolgendo anche le 3mila imprese produttrici di piante officinali, alcune anche tintorie, come lavanda e camomilla. E associando anche la tintura ottenibile dagli scarti dell’agricoltura, come le foglie dei carciofi, le scorze del melograno, le bucce della cipolla, i residui di potatura di olivi e ciliegi, i ricci del castagno.

«È una filiera tutta da costruire, ma di cui abbiamo il know-how, considerata la vicinanza tra le donne e la tradizione tessile, nella storia e ancora oggi - ha sottolineato Pina Terenzi, presidente nazionale di Donne in Campo-Cia - . Per questo ribadiamo la necessità di dare vita a tavoli di filiera dedicati, al ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali, a sostegno della produzione di fibre naturali, a cui andrà affiancata la creazione di impianti di trasformazione, diffusi sul territorio e in particolare nelle aree interne, per mettere a disposizione dell’industria e dell'artigianato un prodotto di qualità, certificato, tracciato e sostenibile».

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