L’UNIVERSITÀ CHE VERRÀ

Le imprese chiedono al Politecnico contaminazione di saperi e ricerca mirata

Sono 35 le partnership strategiche già avviate e con obiettivi di lungo termine. Forte richiesta di ingegneri dotati di soft skills e approccio pragmatico


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3' di lettura

Libera ma pragmatica, specializzata su progetti in grado di portare sviluppo e occupazione. Così dovrebbe essere la ricerca secondo gli imprenditori e i manager d’azienda che hanno partecipato al Forum organizzato dal Sole 24 Ore per far incontrare e confrontare il Politecnico di Milano con alcuni dei suoi principali stakeholder.

Il contributo del mondo produttivo è fondamentale, spiega il prorettore Donatella Sciuto, per garantire l’autofinanziamento dell’Ateneo per la ricerca di base e i dottorati che – compresi anche i fondi provenienti da enti e istituzioni, escluso lo Stato – si attesta attorno ai 120 milioni l’anno, in cui rientrano anche le risorse messe a disposizione dal bando Ue Horizon 2020. «Non sempre è facile far comprendere alle aziende, soprattutto le più piccole, il valore aggiunto e il contenuto di innovazione che può dare loro un giovane che ha conseguito un dottorato – ammette Sciuto –, ma con molte realtà industriali lavoriamo da anni su progetti duraturi». Oltre alle diverse collaborazioni su singole iniziative, sono 35 le partnership strategiche con obiettivi sul lungo termine, alcune delle quali hanno come fulcro l’incubatore della Bovisa, il Polihub.

Si può fare di più
«Il mondo delle imprese può e deve fare di più», dice Sergio Dompé, amministratore delegato dell’omonimo gruppo italiano della farmaceutica, che indica nell’integrazione tra università, mondo produttivo e istituzioni che ruota attorno al Politecnico di Milano un modello di eccellenza. «Una strada da seguire potrebbe essere aumentare le sinergie con il mondo accademico attraverso dottorati su temi specifici, di rilievo per le società che partecipano – aggiunge –. Per noi, ad esempio, è molto interessante la laurea congiunta Politecnico-Humanitas, per il tipo di competenze e figure professionali che preparerà».

La plastica del futuro
Sulla stessa linea Fabrizio Di Amato, presidente di Maire Tecnimont: «Noi imprenditori dovremmo essere più attivi nel sostenere progetti di lungo respiro, i cui risultati non si vedono nell’immediato, perché solo così si costruisce il futuro», dice. La Tecnimont deve molto all’ateneo milanese: «La nostra azienda esiste grazie a quello che è successo negli anni 60 al Politecnico, con le sperimentazioni di Giulio Natta nell’ambito dei polimeri», ricorda Di Amato. E proprio dal Politecnico, suggerisce, potrebbe nascere la plastica del futuro, riciclabile o biodegradabile, in grado rispondere alla società e all’industria, riducendo l’impatto ambientale.

I piani di Leonardo per l’aerospazio
Dai polimeri all’aerospazio, il Politecnico di Milano è un bacino di competenze a cui attinge anche un colosso come Leonardo, spiega il Chief Technology e Innovation Officer Roberto Cingolani: «Il nostro portafoglio prodotti va dai veivoli alla cybersecurity, all’elettronica, passando per piattaforme orizzontali su digitalizzazione e sostenibilità – spiega Cingolani –. Tutti ambiti che corrispondono in un rapporto uno a uno al quel serbatoio di saperi che è il Politecnico. L’Ateneo è un interlocutore naturale per fare investimenti sui giovani e su questo stiamo ragionando nel piano strategico che a breve sarà reso pubblico».

Ma le competenze tecniche non bastano, dice Guido Stratta, direttore Sviluppo, formazione e recruiting di Enel: «Nella società tutto si muove in modo molto rapido, anche il mondo del lavoro – osserva –: non sappiamo quali saranno le professioni del futuro. Perciò dal Politecnico un’azienda come la nostra si aspetta che sia in grado di contaminare i saperi, portando ad esempio un po’ di filosofia a ingegneria e viceversa, ma anche di avvicinare le università alle imprese».

Le connessioni e gli informatici
Un’altra azienda di servizi partner dell’Ateneo, Vodafone, cerca soprattutto figure tecniche, dagli ingegneri agli informatici, ma ai giovani chiede anche «soft skills» che aiutino a tradurre in modo concreto, nella vita di ogni giorno, innovazioni complesse, spiega la 5g Program Director del gruppo, Sabrina Baggioni . «Per trasformare in servizi le tecnologie del domani servono competenze tecniche, certamente, ma anche contaminazione di know how e saperi – dice –. Ma facciamo molta fatica a trovare questo tipo di figure: bisognerebbe far incontrare studenti e imprese il prima possibile, quando sono ancora nel loro percorso formativo, per far comprendere loro che cosa li aspetta dopo gli studi. Anche per Alessandro Mercuri, ad di Deloitte Consulting, suggerisce di rendere più «pragmatica» la formazione degli studenti: «Abbiamo assunto 900 neolaureati lo scorso anno e 1.200 ne assumeremo quest’anno – spiega – attingendo a piene mani dal Politecnico perché abbiamo bisogno soprattutto di ingegneri, in particolare informatici. Ma abbiamo bisogno che questi ragazzi arrivino al mondo lavoro con qualche competenza in più dal punto di vista pragmatico».

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