competitività

Le imprese della chimica tagliano le emissioni del 55%

di Cristina Casadei

3' di lettura

Nel 2020 le emissioni di gas serra in Europa dovranno essere ridotte del 20% rispetto ai livelli del 1990, nel 2030 del 40%. Se questi sono gli obiettivi della Ue per tutti, ci sono però alcune eccezioni. Nell’emisfero positivo, la chimica possiamo considerarla una di queste. Rispetto al 1990 ha infatti ridotto le emissioni del 55%. È un risultato che arriva da lontano e da molti investimenti. Come il Responsible Care, il programma volontario gestito da Federchimica che ha avuto un ruolo fondamentale per favorire lo sviluppo sostenibile che quest’anno ha premiato, tra gli altri, Basf, Lyondellbasell, Sol e Versalis.

Parlare di sostenibilità ed economia circolare è però diverso dal fare sostenibilità ed economia circolare. L’industria chimica, partendo dai dati e da un investimento molto importante si è orientata sul fare, come hanno ricosciuto ieri, alla presentazione del 23° rapporto del Responsible care, con sfumature diverse, il presidente dell’Inail, Massimo De Felice, l’onorevole Raffaello Vignali, l’assessore allo Sviluppo Economico della Regione Lombardia, Mauro Parolini, il segretario generale della Uiltec, Paolo Pirani e il presidente del Responsible Care Cosimo Franco.

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Il programma è uno degli esempi di questo fare ed è «un massiccio lavoro che ci vede impegnati dal 1992 nell’identificazione, raccolta, elaborazione e analisi di oltre 60.000 dati, di cui oltre 200 vengono pubblicati: un impegno complesso di responsabilità sociale, ambientale ed economica del management delle imprese chimiche», dice Paolo Lamberti, presidente di Federchimica. Per Diana Bracco, presidente e amministratore delegato dell’omonimo gruppo, che nel 1992 è stata la prima Presidente di Responsible Care in Italia, «ben prima di altri la chimica ha saputo identificare, nei tanti parametri socio-ambientali da migliorare continuamente, i suoi fattori chiave di sviluppo». L’imprenditrice si dice convinta che «il modo migliore per “fare impresa” sia offrire un futuro alle nuove generazioni e coniugare crescita economica, occupazione e benessere, garantendo, anche grazie all’innovazione tecnologica, una sempre migliore qualità della vita».

Alcuni risultati della chimica sulla sostenibilità. Cominciando dalla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, gli infortuni e le malattie professionali, rapportate alle ore lavorate, sono diminuiti al ritmo medio annuo rispettivamente del 5 e del 6% negli ultimi sette anni. Oggi, la chimica è uno dei settori con il minor numero di infortuni, con risultati migliori di quasi il 35% rispetto alla media manifatturiera. Se poi prendiamo le imprese che aderiscono al Responsible care, queste hanno una performance migliore addirittura del 33% rispetto alla chimica nel suo complesso. Negli anni c’è poi stata una progressiva, costante, riduzione degli infortuni. Quanto alla sicurezza, l’incidenza di patologie connesse allo svolgimento di mansioni professionali in proporzione all’attività è inferiore del 45% rispetto all’industria manifatturiera. Sempre parlando di sostenibilità, rispetto al 1990, le emissioni di gas serra sono state ridotte del 55%, l’efficienza energetica è migliorata del 57%. Sull’economia circolare, invece, la chimica sta portando avanti la strategia del riciclo con la riduzione continua dei rifiuti in discarica e l’aumento della differenziazione: il 23% dei rifiuti viene destinato al riciclo, il 39% al ripristino ambientale e soltanto il 9,1% allo smaltimento in discarica.

In questi risultati ce n’è una parte a cui le imprese sono arrivate per via dei regolamenti e una parte a cui sono arrivate grazie ai comportamenti virtuosi. Da imprenditore e nel suo ruolo istituzionale Lamberti sa bene quanta regolamentazione c’è sulla chimica nel nostro paese. In Europa ci sono oltre 2.000 provvedimenti, tra regolamenti, direttive e comunicazioni, in Italia ancora di più e la chimica italiana «persegue, per scelta, obiettivi sociali e ambientali ancora più ambiziosi», dice Lamberti.

Come ha osservato Diana Bracco, «la nostra vita è piena di chimica, di buona chimica». Basta una rapida ricognizione sulla nostra quotidianità per riconoscere quanta chimica ci sia nella suola o nella tomaia delle nostre scarpe da ginnastica, nella fibra della moquette su cui camminiamo ogni giorno al lavoro, nella nostra automobile a partire dai sedili fino ad arrivare ai rivestimenti e a tutti gli interni. Le ricadute di un approccio ambientale sostenibile della chimica permeano tutta l’industria e la società: «La chimica genera sviluppo sostenibile anche lungo la filiera produttiva, con un impatto decisivo per tutto il sistema manifatturiero - osserva Lamberti -. In questo modo trasferiamo ai settori a valle tecnologia, innovazione e sostenibilità ambientale e quindi anche competitività. Senza dimenticare che le innovazioni della chimica hanno riflessi molto diretti sulla migliore qualità della vita di tutta la nostra società».

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