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«Le imprese di domani dovranno essere più varie, umane e inclusive»

Non sono molte le imprese che possono annoverare tra i propri operai un futuro Pontefice. La multinazionale Solvay è una di queste.

di Beda Romano

Una ventata di novità. Sposata, un figlio, Ilham Kadri è nata a Casablanca nel 1969. Ha studiato in Francia, Canada e poi in una scuola di ingegneria chimica a Strasburgo dove ha ottenuto un dottorato. Prima di salire ai vertici di Solvay, ha lavorato in diverse imprese in Francia, negli Stati Uniti e anche in Arabia Saudita.

6' di lettura

Non sono molte le imprese che possono annoverare tra i propri operai un futuro Pontefice. La multinazionale Solvay è una di queste. Tra il 1940 e il 1944 Karol Wojtyla, allora ventenne, lavorò nella fabbrica che la società belga aveva a Kakrzowek, nei pressi di Cracovia. «Si può dire che la famiglia Solvay mi ha protetto durante la guerra – disse Giovanni Paolo II, quarant’anni dopo, nel 1982 –. Mi ha permesso di rimanere nella mia terra natìa in un tempo nel quale tanti miei concittadini e amici vennero deportati nei campi di concentramento».

Altro mondo, altri tempi, si dirà. Peraltro, neanche Solvay si poté sottrarre al controllo nazista durante la guerra. Eppure, la società chimica ha una storia di attenzione radicata alla filantropia culturale e al progresso sociale – a Bruxelles il nome è legato a una università, a una fondazione, e a una biblioteca. Dal 2019, le redini dell’azienda chimica sono passate a un dirigente d’impresa che rompe le righe e scavalca gli schemi: è donna, è giovane ed è africana. Ilham Kadri ha fatto dell’inclusione, sociale e culturale, un suo marchio di fabbrica.

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«Vi sono nell’essere umano pregiudizi inconsci – racconta d’emblée la nostra interlocutrice –. Ne sono convinta. È un elemento pressoché universale. Ha a che fare con la diversità di pelle, di sesso, di genere, di razza, di religione, di background. Ma le cose stanno cambiando. Le imprese di domani dovranno essere più inclusive, più varie e soprattutto più umane. D’altronde i risultati di una impresa sono migliori quanto più l’azienda è varia e aperta».

Sposata con un figlio, la nostra interlocutrice è nata a Casablanca nel 1969. Terminato il liceo, inizia una classe préparatoire a Besançon, studia a Lione, conclude gli studi prima in Canada e poi in una scuola di ingegneria chimica a Strasburgo dove ottiene un dottorato. Prima di salire ai vertici di Solvay, Ilham Kadri lavora in diverse imprese in Francia, negli Stati Uniti, e anche in Arabia Saudita. La sua esperienza incrocia temi attuali: il ruolo delle donne in Europa, il futuro della chimica nella transizione climatica, le prospettive della globalizzazione sulla scia della guerra in Ucraina.

In Italia, la società belga è nota per avere dato il nome nel 1936 a un borgo toscano, Rosignano Solvay. Ma la storia dell’azienda è molto più lunga. Fu fondata 160 anni fa da Ernest Solvay, appassionato di chimica. Nel 1861 il giovane imprenditore fece brevettare una formula che avrebbe permesso la produzione industriale del carbonato di sodio. Due anni dopo nacque la Solvay & Cie, una azienda che oggi conta oltre 21mila dipendenti in più di 60 Paesi e che riflette bene lo straordinario spirito imprenditoriale di un Paese, il Belgio, troppo spesso sminuito.

«La mia generazione è stata segnata da un susseguirsi di crisi. Gli attentati del 2001, l’epidemia di SARS nel 2002, lo sconquasso finanziario del 2008. Da quando sono diventata presidente di Solvay abbiamo fatto i conti con la crisi del Boeing 737 Max, l’epidemia di Covid-19 e ora la guerra in Ucraina. La pandemia è stata un richiamo all’ordine. Dall’oggi al domani abbiamo scoperto che l’industria chimica era indispensabile per disinfettare mani, oggetti, ambienti. Siamo riusciti a non chiudere mai i nostri impianti, salvo per un paio di giorni in Cina. In qualche giorno, abbiamo messo in telelavoro il 40% dei nostri dipendenti».

La società belga è presente in vari settori industriali, dall’automobile all’aeronautica, dalla farmaceutica all’edilizia. Il suo giro d’affari (oltre 10 miliardi di euro nel 2021) è egualmente ripartito tra le Americhe, l’Europa e l’Asia. Appena giunta alla guida della società, la signora Kadri decise di ristrutturare la sede, nel Nord di Bruxelles, aprendo gli spazi e tirando giù i muri. «Credo profondamente ai contatti umani, alle relazioni sociali. Io stessa non ho un ufficio. Passo da una sede all’altra a seconda delle giornate».

Sorridente e gioviale – ma le sue collaboratrici ammettono che dietro al sorriso è esigente e implacabile – la dirigente d’impresa riceve il suo visitatore in una villa borghese di fine Ottocento che il fondatore, Ernest Solvay (1838-1922), fece costruire nel quartiere bruxellese di Ixelles, tra l’Avenue Louise e Place Flagey. Curiosamente, ricorda la residenza di un altro gigante dell’industria europea, Robert Bosch, questa volta a Stoccarda. Il luogo è funzionale, ancora moderno, malgrado gli spazi ampi, i soffitti alti, i caminetti imponenti.

Giunta alla guida di Solvay, la signora Kadri decide di concentrare gli sforzi sui materiali di specialità, i prodotti di uso corrente, le soluzioni più sofisticate. Voleva raggiungere gli obiettivi entro il 2024, ma è riuscita nel suo intento già nel 2021. «La pandemia ha accelerato le cose». Più interessante è stata la decisione di ribaltare la cultura aziendale, fino ad allora piuttosto conservatrice. «Ho voluto che i nostri dipendenti avessero una comune ragion d’essere, e abbiamo adottato inoltre un codice d’integrità aziendale». Tra le altre cose, vi si legge che i dirigenti della società devono amministrare «con il cuore e la mente».

Nota la nostra protagonista: «Mai prima di ora si era parlato di cuore in un documento Solvay. Voglio che i dipendenti siano sé stessi, liberi di esprimersi, di mostrare le loro debolezze, le loro differenze, i loro diversi orientamenti sessuali. Dal 2021 concediamo a tutti i genitori, al di là del loro genere, 16 settimane di congedo parentale (in Belgio, a titolo di confronto, è di 15 settimane ma solo per le donne, ndr). Da allora sono nati 200 bambini e si sono moltiplicati i casi di coming out. Voglio che si radichi una cultura segnata dall’ascolto reciproco e dalla curiosità personale». Aggiunge: «Sono convinta che le vulnerabilità di una persona debbano essere fonte di forza per la stessa persona, non di debolezza».

La signora Kadri ha voluto verificare se vi fossero importanti differenze salariali nei principali mercati di Solvay. Il divario è a beneficio degli uomini per una media del 5%, salvo in Italia dove – a sorpresa? – lo scarto sale all’11 per cento. «Quando ho detto che volevo ridurre le divergenze salariali, il consiglio di amministrazione mi ha chiesto preoccupato: ma quanto ci costerà? Ho risposto: ci costerà certo, lo faremo gradualmente; ma è un investimento, non un costo!». Quando la nostra interlocutrice lavorava a Riad per conto di Dow Chemical, fu la prima donna a firmare un contratto pubblico, alla presenza della stampa, in vista della costruzione di un impianto di dissalazione.

L’amministratrice di Solvay vuole girare la pagina ambientale. È recente l’investimento di 300 milioni di euro per costruire in Francia uno stabilimento di produzione di batterie per automobili: «In Europa sarà il più grande sito del genere». Nel contempo, Solvay vuole avere un ruolo di primo piano nella nuova industria dell’idrogeno verde. «Peraltro, abbiamo attualmente sei impianti che funzionano ancora a carbone, in Europa e negli Stati Uniti. Vogliamo sostituire il carbone entro il 2030, vuoi con le biomasse o con i rifiuti, come stiamo facendo in Francia».

Mentre entrano dalle finestre aperte gli schiamazzi di una scuola di quartiere, gli echi del conflitto a duemila chilometri di distanza appaiono anch’essi incredibilmente vicini. «Ci sarà un prima e un dopo la guerra in Ucraina. Come la pandemia, anche il conflitto ha messo in luce l’eccessiva dipendenza europea da catene produttive troppo globali. Il continente deve imparare a produrre in Europa per l’Europa. Sarà difficile: lo tocchiamo già oggi con mano quando parliamo di indipendenza dalle materie prime: il carbone, il gas, il petrolio, ma anche il palladio, il titanio, il potassio».

Il conflitto in Ucraina fa anche temere il peggio in Europa. Quanto è a rischio la globalizzazione? «Noi vogliamo essere vicini ai nostri clienti. Credo a una presenza regionale di Solvay». In Italia, tuttavia, l’azienda è accusata di inquinare una fetta di 14 chilometri di costa toscana. «Il nostro processo produttivo di soda avviene nel pieno rispetto delle regole europee ed italiane, così come nel pieno rispetto dei nostri elevatissimi standard nel campo della salute, della sicurezza e dell’ambiente», ribatte la società, notando che il governo italiano ha appena rinnovato l’autorizzazione a produrre nello stabilimento.

Di questi tempi, la signora Kadri dice di essere armata di due strumenti: un microscopio e un telescopio; per risolvere i problemi di breve termine, ma anche per guardare lontano. A chi scrive torna in mente un libro di Julien Benda, pubblicato nel 1927: Il tradimento dei chierici (Einaudi). All’alba dei fascismi il filosofo francese accusava le élites di allora «di aver tradito valori eterni e disinteressati a beneficio d’interessi pratici». Il volume rimane attuale e mentre in molti paesi l’establishment si rifugia in un piccolo e meschino cabotaggio clientelare lo spirito di Ilham Kadri – il cui nome in arabo significa ispirazione – si rivela una ventata di aria fresca.

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