l’intervento

Le imprese familiari e l’anima del paese

di Francesco Casoli


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(© McPHOTO/M. Godowitsch)

2' di lettura

Ho letto con grande attenzione l’intervento dell’economista, banchiere, politico e professore Pellegrino Capaldo pubblicato sul tenue rosa delle pagine di questo giornale. Rileggendo l’articolo ho pensato che forse ho sbagliato tutto.

Secondo il professore la corruzione si risolve mettendo tutta l’economia che conta in mano pubblica. I privati sono corrotti. Solo pochi imprenditori illuminati (illuminati da chi?) possono permettersi di camminare a testa alta. Gli altri no, tutti gli altri rappresentano un capitalismo «di rapina» e «mordi e fuggi». L’ultimo anno ha visto una esasperazione dei messaggi anti-industriali provenienti non solo da fronti notoriamente contro gli imprenditori.

Oggi ho l’onore di rappresentare Aidaf, un’associazione che mette insieme esclusivamente imprese di famiglia. Grazie a questo incarico ho la fortuna di incontrare tanti imprenditori che ce la mettono tutta. L’Italia che conosciamo noi è ricca di imprese familiari, nerbo reale del Paese. Nei lunghi anni di crisi, gli imprenditori e le famiglie imprenditoriali si sono poste a difesa dei loro collaboratori e del loro territorio, in larga parte sostituendosi allo Stato. Certamente non sono scappate.

Non sempre tutto fila liscio, ma sicuramente vedo tanta passione per cercare di battere i due nemici che ci contrastano: la concorrenza e la burocrazia. Ma secondo il professore sembra non sia vero. Non è vero che dal 2013 al 2017 le imprese familiari hanno aumentato gli occupati del 23%, pari circa a 400mila persone, mentre nello stesso periodo le statali lo hanno ridotto del 15%? Non è vero che centinaia di aziende, dal Sud al Nord, cercano di coniugare sostenibilità sociale con sostenibilità aziendale cercando di attrarre e trattenere talenti che fuggono forse da un Paese e non dalle sue imprese? Non è vero che tra le dieci aziende familiari più antiche del mondo se ne trovano ben sei italiane (ed è un’attitudine generale non uno sparuto numero di illuminati)? Non è vero che ci sono aziende familiari campioni nel campo della farmaceutica, meccanica, alimentare, chimica, tessile, edile, design che si impegnano e investono nel sociale in migliaia di espressioni? Dall’ospedale per la ricerca sulle malattie rare al silenzioso, ma non meno importante, aiuto verso la singola sofferenza. Da chi fonda musei d’arte che aiutano la formazione e alla cultura a chi crea centri d’innovazione per costruire il futuro. Da chi sistema borghi per salvare le piccole comunità a chi investe sulle nuove generazioni.

La domanda da farsi è: le imprese sono diventate campioni internazionali grazie al nostro Paese o nonostante una cultura anti-imprenditoriale? Non chiedo questo spazio per far polemica ma per condividere una riflessione: se siamo arrivati a questo punto forse la colpa è anche nostra. Non siamo riusciti a farci capire. Non siamo riusciti a parlare in maniera chiara su cosa è l’impresa italiana, fatta da brave persone che non cercano scorciatoie e che sono sempre pronte a mettersi in discussione.

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