intervista a Patrizio Bianchi

«Le imprese italiane hanno bisogno di capacità di calcolo»

Il direttore scientifico della Fondazione Big Data: serve una grande alfabetizzazione culturale

di Ilaria Vesentini

Il direttore scientifico della Fondazione Big Data: serve una grande alfabetizzazione culturale


3' di lettura

«Questo non sarà l'hub dei big data dell'Emilia-Romagna, ma dell’Italia e del Sud-Est Europa, collegato alla rete europea dei supercomputer. Ciò che serve ora è un grande investimento in alfabetizzazione e crescita culturale di tutto il nostro ecosistema affinché il bisogno di capacità di calcolo diventi un sentire comune, perché su questa la frontiera ci giochiamo la tenuta economica e sociale del Paese». La visione strategica di lungo periodo che intreccia sempre sviluppo e formazione è il must di ogni ragionamento di Patrizio Bianchi, economista, professore della cattedra Unesco su Educazione, Crescita e Uguaglianza all'Università di Ferrara e direttore scientifico della Fondazione Big Data.

Professore, perché nasce a Bologna l'hub del supercalcolo scientifico nazionale?
Perché qui c'è terreno fertile generato da una lunga scuola e tradizione di fisica e matematica legata all’Alma Mater, una delle più antiche università del mondo. Nel 1962 fu acceso a Bologna il primo supercomputer del Cnen, poi arrivò l'Infn e nel 1967 il Consorzio interuniversitario Cineca, con un approccio che guardava già allora a sistemi di supercalcolo a servizio dell'intero sistema scientifico nazionale. Va riconosciuto però anche l'enorme lavoro fatto dal governo nazionale, assieme a tutti gli atenei italiani e agli enti di ricerca per portare qui un investimento che - ricordo - non è dell’Emilia-Romagna, ma è in Emilia-Romagna a servizio del Paese e di tutto il Sud-Est Europa, e non solo per il mondo scientifico ma per le imprese private.

Il tecnopolo di Bologna ospiterà una delle cinque macchine Hpc più potenti al mondo, Leonardo, e il 30% della capacità di calcolo sarà riservata alle imprese, soprattutto alle Pmi. Come avvicinare piccoli imprenditori a una piattaforma supertecnologica, percepita come siderale?
Ricordiamoci che l'universo italiano delle Pmi è molto variegato e ci sono piccole aziende ad altissima tecnologia, come la modenese Hpe-Coxa attiva nell'ingegneria per l'automotive, che hanno bisogno di capacità di calcolo e già dialogano strettamente con le infrastrutture pubbliche di ricerca. C'è poi il substrato di piccole aziende a bassa tecnologia che non hanno bisogno di calcolo ma degli esiti del calcolo, più basiche ma non per questo meno essenziali per il nostro sistema produttivo: queste difficilmente si potranno coinvolgere. Ciò non toglie che il nostro impegno è far crescere in modo coeso tutto il sistema per rendere comune e condiviso il bisogno di capacità di calcolo e comune il linguaggio dell'IA e dei big data. Non c'è altro modo per sostenere la ripresa dell'economia italiana. Il modello tedesco, con una struttura come il Max Planck per l'alta ricerca e la rete dei Fraunhofer per la disseminazione alla base è un'ottima scuola.

L’Italia è attrezzata in tal senso?
Noi sottovalutiamo le nostre strutture di ricerca. Il CNR è un centro per il problem solving importantissimo con competenze uniche sulle tecnologie dei materiali. E c'è l'Enea che ha da poco lanciato l'Enea Tech per la diffusione tecnologica e che gestirà il primo fondo italiano interamente dedicato al trasferimento tecnologico a favore delle imprese e alla creazione e condivisione di innovazione tra le piccole realtà. Un ruolo cruciale per l'alfabetizzazione e la contaminazione dei nuovi saperi digitali lo hanno anche le università, prime utilizzatrici della capacità di calcolo del Cineca e di Leonardo. È fondamentale far passare il concetto che qui all'ex Manifattura Tabacchi non nasce un superlaboratorio per gli addetti ai lavori ma una infrastruttura a servizio della comunità, una piattaforma unica di supercalcolo collegata a gangli distribuiti nel Paese da cui passerà il rilancio del made in Italy.

L'Italia è fanalino di coda in Europa per le competenze digitali, riusciremo a recuperare il ritardo?
È 20 anni che cresciamo meno del resto dei partner europei. Dobbiamo cogliere la sfida di questo salto di tecnologia verso il 5G sviluppando competenze, reti e cloud, altrimenti abbiamo gli hub per il supercalcolo ma non la capacità di gestire, trasmettere e immagazzinare i dati: una trappola. Abbiamo già perso il primo treno degli investimenti in competenze e infrastrutture digitali nel 2012, e mentre il resto del mondo passava dalle reti 3G (i vecchi telefonini) al 4G (gli smartphone) noi invece tagliavamo non solo gli investimenti in reti ma anche i fondi alla scuola.

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