inchiesta

Le imprese del legno-arredo in caccia di 20mila nuovi addetti

di Giovanna Mancini


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3' di lettura

Forse è arrivato il momento di rinnovare l’immagine di un mestiere che, per i giovani, sembra essere diventato ormai poco attraente. «Tutti vogliono fare gli stilisti o gli chef, o magari gli architetti e designer – fa notare Giovanni Anzani, imprenditore lombardo e presidente della Fondazione Its Rosario Messina che ha dato vita al Polo formativo per i mestieri del legno di Lentate sul Seveso, in Brianza –. Ma il nostro made in Italy ha bisogno di artigiani, di persone preparate che sappiano usare le mani per lavorare il legno e la testa per usare macchine e software di ultima generazione». Forse, suggerisce Anzani, bisognerebbe rivedere anche la terminologia, sostituendo ad esempio la parola «falegname» con «maestro ebanista», per restituire prima di tutto con il vocabolario la dignità che queste professioni meritano.

Perché la forma è sostanza: e la sostanza è una filiera industriale, quella del legno-arredo che, con i suoi 42 miliardi di euro di fatturato nel 2018 realizzato da quasi 80mila aziende, vale il 5% del Pil italiano e dà lavoro a 320mila addetti. Ma che fatica a trovare le figure professionali adeguate alle necessità delle aziende, proprio in un periodo in cui il comparto cresce e le imprese dichiarano di voler assumere. «Nelle aziende mancano soprattutto export manager preparati, figure ormai fondamentali per spingere le vendite all’estero, che sono il vero motore dello sviluppo – spiega il presidente di FederlegnoArredo (Fla), Emanuele Orsini –. Ma servono anche operai specializzati per gestire i macchinari a controllo numerico, che hanno bisogno di competenze specifiche». Ma soprattutto, mancano le competenze manuali, dai tappezzieri ai saldatori, agli operai capaci di montare strutture in legno.

Secondo le previsioni Excelsior elaborate da Unioncamere e Anpal, da qui al 2023 il fabbisogno di occupati dell’industria del legno-arredo è tra i 16mila e i 20mila occupati, a seconda degli scenari macroeconomici a cui andrà incontro il Paese, e oltre la metà è considerata dalle aziende «difficile da reperire». Un’indagine condotta dal Centro studi di FederlegnoArredo tra gli associati rileva che nel corso di quest’anno il 31% delle imprese intende aumentare il numero di addetti, per incrementare la forza lavoro complessiva e non soltanto per sostituire lavoratori in uscita. Le aziende, si legge nell’indagine, cercano figure professionali «che possano migliorare l’efficienza e il valore aggiunto nella produzione, nello sviluppo commerciale e nel marketing, nell’ambito sviluppo ricerca e sviluppo e Information Technology». Un terzo delle assunzioni dovrebbe interessare giovani sotto i 29 anni, ma è proprio qui che iniziano i dolori. Perché – sebbene l’Italia sia terza in Europa per tasso di disoccupazione giovanile – è tutt’altro che scontato per le imprese trovare le persone e e le competenze di cui hanno bisogno.

Sempre secondo il Rapporto Excelsior, tra i profili professionali a oggi più difficili da reperire ci sono i saldatori elettrici (76,5% di difficoltà di reperimento), i tecnici informatici (75,2%), gli installatori (74,4%) e gli specialisti in marketing e ambito commerciale (64,1%).

Da qui la necessità, per le imprese, di intraprendere percorsi condivisi con le scuole e le università, in alcuni casi investendo direttamente per dare vita a Its specializzati, come quelli di Lentate, di Pesaro o Vicenza. «L’esperienza degli Its è positiva – osserva Orsini – ma sulla formazione tecnica c’è ancora molto da fare, anche per ridare dignità alle professioni manuali e ridurre il gap con la Germania». Il prossimo passo dovrebbe essere la messa in rete dei migliori istituti per fare sistema e dare una risposta il più possibile mirata alla domanda di addetti. Il coinvolgimento delle imprese è fondamentale. «La prima cosa da fare è una mappatura delle esigenze di manodopera nei territori e nei principali distretti da qui a cinque anni – spiega il presidente Fla –. Alle nostre aziende chiediamo un impegno serio di programmazione, per capire quante persone intendono assumere e di quali figure hanno più bisogno, in modo da concentrare le risorse».

Ovviamente servono anche i designer e i creativi, perché il valore aggiunto del design italiano sta proprio in questa «capacità unica di coniugare l’inventiva, la creatività, con il saper fare artigiano – ricorda Anzani –. Lo dimostra il fatto che i maggiori architetti e designer internazionali vengono in Italia per realizzare i propri progetti: sanno che solo qui trovano tutte le capacità necessarie per farlo». Interessante in questo senso è stata la collaborazione tra Politecnico di Milano e Its di Lentate, che hanno creato piccoli team formati da allievi di entrambi gli istituti, incaricati di dare vita insieme a dei progetti. «Questo è il modello da seguire», chiosa Anzani.

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