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Le imprese alla ricerca di 469mila tecnici

di Claudio Tucci


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(Agf)

2' di lettura

Il sasso nello stagno è stato lanciato lo scorso 1° novembre da Unioncamere-Anpal quando hanno calcolato come, da qui al 2022, le imprese italiane siano pronte a offrire un posto di lavoro a 469mila tecnici, diplomati Its, laureati nelle discipline “Stem” (Science, technology, engineering and mathematics). Tuttavia, a causa del forte “mismatch”, vale a dire competenze dei candidati non in linea con le richieste del mondo produttivo, circa un terzo delle professionalità tecniche necessarie, già oggi, risulta «di difficile reperimento». Una percentuale in crescita nell’ultimo periodo. E che desta più di una preoccupazione vista la velocità della trasformazione in atto nel settore industriale indotta dal 4.0.

L’allarme, ieri, dell’amministratore delegato di Fincantieri, Giuseppe Bono (sulle difficoltà a trovare 6mila lavoratori - si veda altro servizio in pagina) è solo l’ultimo in ordine di tempo. Ed è drammaticamente reale.

Confindustria, sono mesi, che sprona il governo a far tornare «la formazione dei giovani una priorità per il Paese» (il copyright è del vice presidente degli industriali per il Capitale umano, Gianni Brugnoli).

Il punto è che nei sei settori più rilevanti del made in Italy (quelli che spingono il Pil del Paese, ndr), nei prossimi tre anni, ci sarà necessità di 193mila tecnici (la stima è di Confindustria e tiene conto anche degli effetti di Quota 100); e pure qui, è arcinoto, molte selezioni non andranno a buon fine visti gli attuali numeri dell’offerta scolastica, secondaria e terziaria professionalizzante. Agli Its infatti (che garantiscono un tasso di occupazione che sfiora l’80%, con punte superiori al 90%, a un anno dal titolo - ma che purtroppo ancora pochi conoscono) sono iscritti appena 13mila studenti. Stesso discorso per le discipline tecnico-scientifiche: da noi ogni anno si laurea in queste “materie Stem” solo l’1,4% dei giovani tra i 20 e 29 anni (di cui pochissime donne), a fronte del doppio, e quasi del triplo, a livello internazionale. Inoltre, abbiamo un collegamento tra scuola e mondo del lavoro debole (anzi, l’attuale governo lo sta smontando). In Italia, il 4,4% di under25 studia e ha un primo contatto con le aziende (e abbiamo un tasso di disoccupazione giovanile che supera il 30%), in Germania questa percentuale è del 36,8% (e il tasso di disoccupazione degli under25 tedeschi è stabile intorno al 5 per cento).

Un paradosso nel paradosso. Con effetti gravissimi. L’industria meccanica, solo per fare qualche esempio, considera “introvabili” ingegneri, progettisti, tecnici della gestione dei processi produttivi e conduttori di impianti produttivi; nella chimica-farmaceutica, invece, sono ricercatissimi: analisti chimici, ricercatori farmaceutici, tecnici di laboratorio.

    Accanto a numeri e statistiche, il problema “mismatch” è ben presente, ogni giorno, anche, nelle storie degli imprenditori, piccoli e grandi. Da due stagioni, su Rtl 102.5, ogni mercoledì, va in onda «Il postinfabbrica». Sono state ospitate 72 aziende alla ricerca di personale, che hanno offerto 1.350 posizioni. Sono arrivati 11mila Cv, anche grazie a Unimpiego Confindustria. Sapete quante assunzioni sono state fatte? Appena 250.

    Molte imprese si stanno dando da fare singolarmente, puntando su Academy aziendali. Ma non basta. «Serve uno sforzo di tutti - per ripetere le parole di Brugnoli pronunciate all’Orientagiovani 2019 -. Scuole e aziende non possono permettersi di non avere dialogo».

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