LO SCENARIO

Le imprese saranno il perno di un sistema a più gambe

Il 45,9% delle aziende ha attivato iniziative

di Enea Dallaglio*


3' di lettura

Il welfare aziendale si sta affermando come protagonista nella nuova scena sociale. Secondo i dati del ministero del Lavoro, le misure di welfare sono presenti nel 52,4% dei contratti integrativi. E ancor più ampia è la quota di aziende che attuano progetti di welfare autonomi. Con queste iniziative esse danno risposta a una gamma molto vasta di bisogni: non solo sanità, previdenza integrativa e sicurezza, ma anche conciliazione vita e lavoro, assistenza agli anziani, inclusione dei soggetti deboli, sostegno ai giovani attraverso la formazione e l’istruzione dei figli. Un elenco che corrisponde alle priorità sociali del Paese. Che significa, dunque, l’impegno delle aziende su questi temi? Con il welfare aziendale l’impresa si occupa del benessere dei propri dipendenti e delle loro famiglie come leva strategica per rendere l’impresa più sostenibile e più competitiva. Non accade solo in Italia: in tutto il mondo cresce l’attenzione verso le sostenibilità sociale e ambientale del business.

Il rapporto Welfare Index PMI, realizzato da Generali Italia con la partecipazione delle maggiori confederazioni imprenditoriali, offre una misura delle iniziative di welfare nelle pmi. Le imprese che hanno intrapreso iniziative in almeno sei delle dodici aree in cui è classificato il welfare aziendale, sono passate dal 25,5% nel 2016 al 45,9% nel 2019. La cosa più significativa è che si è rotta la barriera dimensionale: negli ultimi tre anni le imprese minori (da 10 a 50 addetti) attive nel welfare sono più che raddoppiate, passando dall’11% al 24,8%.

Quanto conta tutto ciò nel sistema sociale del nostro paese? Tanto, a giudicare dai numeri. La spesa sociale complessiva, includendo accanto alle aree classiche (sanità, previdenza e assistenza) anche l’istruzione e la cultura, è di 709 miliardi, di cui il 77% spesa pubblica (544 miliardi) e il 23% spesa privata (164 miliardi). Ma mentre la componente pubblica è stabile o in flessione, quella privata è in forte aumento: +6,9% nel 2018. Quest’ultima si divide in due settori: il welfare collettivo e aziendale (21 miliardi) e la spesa diretta delle famiglie (143 miliardi). Dunque la quota preponderante della spesa privata è a carico delle famiglie. Una ricerca di MBS Consulting sul bilancio di welfare delle famiglie italiane ha evidenziato i problemi di inefficienza e di iniquità che derivano da questa struttura della spesa. Inefficienza, poiché l’accesso individuale ai servizi è molto più costoso. Ma soprattutto iniquità perché, trattandosi di bisogni incomprimibili, la spesa incide più pesantemente sulle famiglie più povere, le quali impegnano per i servizi di welfare il 22,8% del proprio reddito familiare netto, contro una media generale del 18,6%.

Riflettiamo ancora su quei 164 miliardi di spesa privata: si tratta del 9,5% del Pil. È il valore di un’industria in piena evoluzione - l’industria del welfare - costituita da una miriade di aziende private e pubbliche, profit e non profit, appartenenti a diversi comparti (sanità, assicurazioni, servizi alle persone), molte a tecnologia avanzata e altamente competitive, moltissime start-up. Pochi settori sono in grado di trainare con pari forza la crescita del paese. Ma le imprese italiane interessate devono superare l’eccessiva frammentazione per raggiungere l’efficienza e incontrare la domanda con la forza necessaria. L’altro limite da superare riguarda il carattere inefficiente della domanda, provocato dallo squilibrio nella composizione della spesa: la componente collettiva e aziendale deve crescere e assorbire una quota rilevante della spesa individuale delle famiglie. Questo può essere lo spazio di sviluppo del welfare aziendale.

La protezione sociale nel nostro paese può dunque tornare a crescere grazie alla spinta di nuovi protagonisti tanto dell’offerta (industria del welfare) quanto dell’aggregazione e del finanziamento della domanda (welfare aziendale). Come configurare, quindi, il servizio pubblico, oltre al ruolo irrinunciabile di regolazione e indirizzo che spetta allo Stato? La necessità primaria è di interrompere il deperimento delle capacità di prestazione, conseguente alla crescita dei costi a fronte della scarsità di risorse (pensiamo a settori come la sanità e l’assistenza). Ciò è possibile se si accetta di ridefinire il perimetro delle prestazioni da erogare per tutti in forma gratuita o semigratuita, concentrando per il resto l’attenzione al sostegno delle fasce meno abbienti ed escluse dalle coperture aziendali, allo scopo di garantire la parità di accesso alle prestazioni. Per le imprese, invece, la scommessa è di evitare la banalizzazione del welfare aziendale, che non va ridotto a mera erogazione monetaria. Le imprese che hanno successo, che riscuotono il riconoscimento dei lavoratori e ottengono un impatto positivo sulla produttività, sono quelle che fanno del welfare un progetto distintivo dell’azienda, coinvolgendo i lavoratori e concentrando le risorse sulle iniziative che rispondono ai loro bisogni principali.

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