analisisviluppo del mezzogiorno

Le imprese del Sud devono avvicinarsi all’Europa

di Stefano Manzocchi

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4' di lettura

Di questi tempi in cui le prese di distanza, le “exit”, vanno tanto di moda dalla Gran Bretagna alle promesse elettorali de Front Nationale in Francia, un buon segnale è che da noi ci si preoccupi anche di far riavvicinare il Mezzogiorno ai destini economici italiani e continentali. In questo caso le distanze vi sono già, quelle antiche e quelle più recenti, e la crisi degli ultimi anni ha scavato un solco ancor più profondo fino a portare il reddito procapite del Sud alla metà circa di quello del Nord Ovest d’Italia.

Le ultime proposte sull’estensione del credito d’imposta per gli investimenti nelle regioni meridionali, l’avvio dei Contratti di sviluppo per le aziende del Sud, e il rilancio del Mediocredito come banca di finanziamento per iniziative di crescita nel Mezzogiorno, testimoniano una rinnovata attenzione all’economia di quei territori e forse anche un cambio di visione su come intervenirvi.

PARLAMENTO 24/Decreto Mezzogiorno, la parola all'Aula della Camera

Vi sono tanti modi di misurare le distanze del Mezzogiorno, come anche di valutare dove punta il barometro dello sviluppo. Se pensiamo alle persone, il cosiddetto “capitale umano” , circa il 70% dei posti di lavoro perduti al netto nel nostro Paese tra il 2008 ed il 2014 sono evaporati al Sud. E il futuro non appare roseo, se i dati Invalsi mostrano un minor livello di abilità degli studenti meridionali all’ingresso delle scuole superiori e un minor valore aggiunto nella frequentazione delle stesse. Ma è soprattutto alle imprese che dobbiamo guardare per sapere dove puntano le lancette dello sviluppo. Questo è vero in generale, se si ritiene che soprattutto dall’efficienza, energie, e investimenti del mondo aziendale traggano beneficio la crescita e il benessere sociale, ed è ancor più vero per il nostro Mezzogiorno.

Dove sono oggi, e dove puntano le imprese meridionali? Quel che appare è che l’industria meridionale è abbastanza lontana dal cuore del sistema produttivo europeo, quella “Fabbrica Europa” che si è andata organizzando negli ultimi venti anni. Lontana geograficamente, certo, ma abbastanza lontana anche dal punto di vista imprenditoriale e direi culturale. Si può guardare da molte prospettive alla condizione delle imprese, ma per un Paese relativamente piccolo e trainato dagli scambi internazionali come il nostro le strategie globali delle aziende pesano molto. La distanza più grande tra le imprese manifatturiere meridionali e quelle del Centro-Nord, è che oltre un terzo di quelle del Sud non partecipano a nessun tipo di scambi internazionali contro il 18% circa del resto del Paese.

Se si considerano solo le imprese che partecipano alle catene del valore globali, ovvero quei network dove la progettazione, produzione e distribuzione di prodotti industriali si organizza su basi almeno continentali, il responso delle statistiche è ancora più severo come mostrano gli studi di Anna Giunta e coautori. Oltre la metà di quelle localizzate nel Mezzogiorno partecipano solo come semplici esportatori oppure semplici importatori, spesso nel ruolo di fornitori di beni intermedi relativamente poco specializzati e quindi sostituibili da parte del produttore finale. La percentuale analoga di imprese che possiamo definire “ad internazionalizzazione elementare” è assai più bassa nel Centro-Nord Italia (39%) e nel resto d’Europa (35% in Francia, 39% in Spagna, 41% in Germania, e 37% negli altri paesi).

Il nodo non riguarda solo la bassa intensità di partecipazione delle imprese meridionali alle catene delle valore, ma anche la qualità di tale partecipazione concentrata nei segmenti a medio-basso valore aggiunto dei beni intermedi e poco radicata invece dei segmenti a monte (progettazione, ricerca e sviluppo, componenti di proprietà intellettuale) e a valle (produzione per il consumatore finale, brand, distribuzione).

Naturalmente esistono gli esempi virtuosi, con le annesse “buone pratiche”, e naturalmente si sbaglia sempre quando si parla di “un” Mezzogiorno perché i diversi territori hanno caratteri e prestazioni economiche diverse. Ma il divario e le sue conseguenze rimangono. Se si vuol provare a replicare le buone pratiche, serve una iniezione congiunta ed efficace di nuove energie imprenditoriali e di nuovi capitali: in questo senso, le iniziative del governo possono dare un contributo. Sostenendo gli investimenti delle imprese che possono ammodernare il loro capitale e crescere alleviando in parte la frammentazione del tessuto produttivo meridionale che anche quando è di eccellenza è miniaturizzato. Ed operando – anche con il raccordo tra industria, finanza e attori pubblici – quel passaggio necessario di investimento immateriale in capitale organizzativo e manageriale, competenze informatiche e pianificazione che rende la crescita delle imprese una fenomeno di trasformazione e non solo di dimensioni. Rinunciando al dirigismo centrale di stagioni ormai lontane dell’intervento pubblico nel Mezzogiorno, e promuovendo invece un consolidamento delle energie imprenditoriali.

Una spinta in tale direzione, per chiudere una frattura tra il sistema produttivo del nostro Sud ed il resto d’Europa, è indispensabile qualunque futuro ci si immagini per la costruzione comunitaria: sia che ci si attenda una sempre maggior integrazione e consolidamento della Fabbrica Europa, se in essa si vuol promuovere il ruolo dell’industria meridionale; sia che si immagini un ritorno verso sistemi industriali più caratterizzati su base nazionale ma esposti alla concorrenza dei produttori a basso costo dell’Europa Orientale o dell’Asia, che le imprese del Mezzogiorno possono affrontare meglio se le buone pratiche di internazionalizzazione prevarranno.

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