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Le laceranti confessioni di un prete strano

È in librerira per i titpi di Mondadori “Il metro del dolore” di Marco Onnembo

di Stefano Biolchini

 La mostra di Stefano Guindani al Leica Store di Milano

3' di lettura

«Qui sine peccato est vestrum, primus in illam lapidem mittat». Ha in preambolo la locuzione dal Vangelo di Giovanni la lunga confessione di don Carmine, protagonista de Il metro del dolore di Marco Onnembo. Un curato fuori dal comune, «un prete strano», che beve del buon whisky e fuma sigari cubani.

«Il motivo per cui decisi di diventare prete, più della fede, era la redenzione che un uomo di chiesa poteva offrire ai fedeli con la confessione. Una missione, per dire, orientata a salvare le anime degli altri, dando per scontato che la mia fosse già persa». Così descrive la sua vocazione al sacerdozio, approfondendo: «Ero goffo e inadeguato... recitavo la normalità avendo l’abisso come palcoscenico». E ancora «chi sono io per giudicare?».

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Qui sovviene l’ammonimento di Georges Bernanos: «Il bene e il male debbono equilibrarsi; sennonché, il centro di gravità è collocato in basso, molto in basso. O, se lo preferite, si sovrappongono l’uno all’altro senza mescolarsi, come due liquidi di diversa densità». Profondità abissali per l’appunto, che una confessione dopo l’altra, dopo aver assolto assassini, stupratori, ladri e corruttori, finiscono per travolgere il protagonista di questo romanzo, irrimediabilmente inghiottito dal peso incommensurabile dell’ingiustizia.

«Per un giorno intero sono rimasto nella mia automobile davanti all’ingresso. Uscito l’ho inseguito. È entrato in un bar...» gli confida il giustiziere omicida, il signor Kleinworth, un Borghese piccolo piccolo d’oltreatlantico. Misura al colmo, don Carmine in alcune fra le pagine più coinvolgenti di questo libro limpido, ne è sopraffatto, «come in un film, (di Monicelli?) immaginavo, scena dopo scena, tutto quanto mi stava raccontando». E non si tratta soltanto dell’umana ingiustizia. «Sa cosa ho fatto padre? L’ho guardato morire lentamente», ammette il padre assassino di Charlotte.

A essere in gioco qui è la stessa fede del prete, che come un personaggio di Rumore bianco, soccombe davanti alla realtà più brutale. «I grattacieli si moltiplicavano: il migliore contrappeso per un’umanità che cresce solo in altezza. Nessuno si accorgeva invece di quanto le cose stessero sprofondando». Dall’autore un altro omaggio all’amato De Lillo, appena prima del burrone, quando nessuna provvidenza, nessun appiglio, si frappone al baratro dell’impotenza in grado di sopprimere ogni fede. «Ci vuole un grande coraggio per mostrarsi deboli», rammentava Foster Wallace in Infinite Jest.

Scrive Onnembo: «La teatrale sublimazione di questo stato di maleodorante indifferenza era testimoniato dalla presenza dei topi, si ratti. Su cui venivano stilate classifiche dal sapore esilarante. Succede quando la tragedia supera la farsa». E quanto tutto si confonde, in questa umanità al limite di una New York che è, e non è, la Orano di Camus, così, ad un certo banale qual punto, non basta più neppure, bourdieuianamente, «essere totalmente padrone del proprio tempo (nel senso di non avere una moglie e una banda di marmocchi a cui dedicarsi)». Che poi «era uno dei pochi privilegi davvero concessi a un sacerdote». Onorare giorno dopo giorno i voti, affrancandosi da ogni forma di pregiudizio, è un percorso insidioso, con una meta quasi impossibile. «Si potes, cape; si non potes, crede», vorrebbe Agostino. Per don Carmine chi ha coscienza sceglie in cosa credere, non si accontenta di un formulario o di un rito preconfezionato, poiché nella trincea esistenziale la libertà necessita di consapevolezza, convinzione, disciplina e della disposizione a interessarsi e dedicarsi agli altri gratuitamente e in una miriade di modi apparentemente insignificanti. Con un ritmo sincopato e uno stile tutto calibrato, attraverso un continuo fluire di dubbi e riflessioni, fin da principio il romanzo di Onnembo - narrato in prima persona e con ampio uso di metafore - sollecita l’intimità del lettore misurandosi con l’abisso, permettendogli di specchiarsi e riconoscere slanci e fragilità, sintomi dell’impossibilità di stabilire un equilibrio sulla soglia del peccato. D’altronde, «sembra che i bravi preti debbano essere così. Emotivamente lontani da tutti, per essere spiritualmente vicini alle cose di Dio».

«Si dice che l’occhio umano sia capace di riconoscere duecentocinquanta tonalità di grigio. Quelle che si colgono in un confessionale, in un solo giorno, sono decisamente di più e spesso tutto avviene in un’acuta solitudine. Che è solo il nome del fardello che porta sulle spalle chi diventa prete». Un prete insolito questo di Onnembo, interprete lacerato e voce polifonica di un’umanità sempre più in bilico: la sua, e la nostra, a ogni latitudine.

Il metro del dolore
Marco Onnembo
Mondadori, pagg. 200, € 16,90

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