L’anniversario

Le lezioni sempre attuali di Luigi Einaudi: la libertà come fatto morale

di Salvatore Carrubba

 Luigi Einaudi è stato presidente della Repubblica e governatore della Banca d’Italia

4' di lettura

Nel caso di Einaudi, la vitalità del suo pensiero può risultare da un semplice esercizio: immaginare che cosa potrebbe dire e scrivere oggi, in una situazione che pare rimettere in discussione molte delle sue convinzioni e dei suoi insegnamenti. L’esercizio risulterebbe particolarmente istruttivo, e ci farebbe scoprire quanto Einaudi potrebbe esserci utile nell’affrontare i travagli che oggi minacciano le condizioni della libertà, le prospettive del mondo aperto, l’idea stessa della democrazia, il destino della politica, le sorti dell’Europa. Democratici illiberali, no vax, antipatizzanti del mercato, neo-statalisti di ritorno, nazional-populisti, euro-scettici, giornalisti conformisti e conduttori cinici cadrebbero sotto i suoi strali, tanto più insidiosi quanto acuminati nella precisione delle argomentazioni ed efficaci per l’onestà intellettuale.

Ai facinorosi di ogni risma (accanto ai neo-fascisti ci sono gli sfascisti) Einaudi certamente riproporrebbe la sua visione della libertà come «fatto morale». E farebbe giustizia della deformazione, oggi tornata in auge (anche nelle piazze), di chi identifica la libertà col sopruso e chi non riconosce i limiti alla propria libertà nel rispetto di quella altrui.

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Agli oppositori del mercato, agli scettici e ai delusi (magari per conformismo), Einaudi spiegherebbe che non è sua la visione della libertà affrancata dai vincoli morali: per lui, la libertà – in politica e in economia – non può mai trasformarsi in lotta di tutti contro tutti, non distrugge l’etica, ma è essa stessa costruttrice di moralità: quella che si realizza nel poter perseguire il proprio disegno di vita, di non essere ostacolato dalle pastoie e dalle protezioni degli interessi organizzati, nell’innovare, restando ancorato a una visione morale basata su virtù quali l’intelligenza, l’operosità, la sobrietà, il rispetto per le idee e i beni degli altri, il rifiuto dell’odio sociale.

Anche se non era nel suo stile, cederebbe forse alla tentazione di citare se stesso e quella mirabile pagina di una delle sue opere più belle, le “Lezioni di politica sociale”, nella quale Einaudi descrive il mercato attraverso la metafora della fiera di campagna e osserva come questo non potrebbe funzionare senza «il cappello a due punte della coppia dei carabinieri, la divisa della guardia municipale, il palazzo del municipio, il notaio, l’avvocato, il parroco», ossia senza regole, istituzioni e princìpi morali. In questo senso, scommetto, a Einaudi non piacerebbero molte deviazioni del capitalismo moderno, non sempre granché liberale, per la tentazione, perseguita spesso con successo, di difendere – più che gli spiriti animali basati sul coraggio, l’innovazione e il rispetto reciproco – posizioni acquisite, privilegi oligopolistici e fruttuose collusioni con la politica. E non perderebbe occasione per denunciare quell’«alleanza tra corporazioni pubbliche e interessi privati per creare privilegi (che) ha perseguitato l’Italia fino ai nostri giorni», come disse a Londra nel 2006 l’allora governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, presentando la traduzione in inglese di scritti einaudiani.

Ai neo-statalisti, Einaudi spiegherebbe perciò che il modello liberale allo stato riserva un posto importante. «Lo stato non deve stare con le mani in mano», scriveva, a sottolineare l’importanza di quanto a esso compete, non già per governare direttamente l’economia (fonte fatale di «corruzione politica e amministrativa per ottenere dallo stato che si interessa di tutto favori»), ma per garantire quei presupposti di libertà, di competizione e di iniziativa che nella sua visione rappresentavano le condizioni irrinunciabili per spingere verso l’alto l’ascensore sociale e realizzare una società più equa.

Ammonirebbe i delusi della politica, del principio di rappresentanza e della democrazia liberale che insostituibili per stare insieme sono la garanzia di una società plurale e vivace e quindi il dibattito e il confronto, nonché le procedure per garantirli e per condurli a decisioni d’intesse comune; e che le scorciatoie violente e intolleranti, il rifiuto delle competenze, il dileggio delle istituzioni possono solo sfociare nel successo dei demagoghi.

Infine (ma molto si potrebbe aggiungere), ai populisti e nazionalisti di ritorno ricorderebbe quanto aveva sostenuto alla Costituente, ossia «che il nemico numero uno della civiltà, della prosperità…è il mito della sovranità assoluta degli stati». E certo ribadirebbe, dinanzi a un tema che ritorna per il raffreddamento della solidarietà atlantica, quanto scriveva nel 1954, ossia che «gli stati esistenti (in Europa) sono polvere senza sostanza. Nessuno di essi è in grado di sopportare il costo di una difesa autonoma. Solo l’unione può farli durare. Il problema non è fra l’indipendenza e l’unione. È fra l’esistere uniti e lo scomparire».

Lo farebbe con misura, coraggio ed efficacia, perché Einaudi, oltre che grande economista, politico, agricoltore, bibliofilo fu anche, come diremmo noi, grande comunicatore. Una dote questa che mise a frutto nei libri, negli articoli, nel sostegno ad attività editoriali come quella visionaria ed eroica di Piero Gobetti. Ed è proprio questo l’aspetto di Einaudi che l’università Iulm sottolineerà nel convegno organizzato per domani a Roma, nella nuova sede di palazzo Cipolla; e che rappresenta uno dei primi appuntamenti del Centro per lo studio della democrazia liberale recentemente costituito presso l’ateneo milanese per consolidare presso le giovani generazioni la fiducia non in un’ideologia, ma nelle istituzioni libere che sono patrimonio comune dei democratici e dei riformisti.

Certo, Einaudi non si destreggerebbe coi social, né sarebbe l’ospite ideale per i talk show, ma l’intensità e la profonda moralità delle sue convinzioni, il linguaggio limpido, il coraggio civile e intellettuale gli consentirebbero di svolgere un ruolo altrettanto fondamentale di quello svolto da docente, da commentatore, da oppositore del fascismo, da artefice della rinascita, prima dell’economia italiana (come ministro del Bilancio e come governatore della Banca d’Italia); poi, della Patria attraverso il magistero svolto dal Quirinale. In questo senso, oltre che attuale, davvero Einaudi è un patrimonio di tutti.

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