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Le menzogne della Brexit dietro il declino di Londra

«L’economia britannica è ora come l’Italia e la Grecia in termini di rischio per gli investitori, e i politici non sono stati onesti rispetto ai problemi che la nazione deve affrontare», denuncia il conservatore Daily Mail

di Ugo Tramballi

Gb, Hunt: revocati quasi tutti sgravi fiscali del minibudget

3' di lettura

Con la soddisfazione di chi ha raggiunto un obiettivo storico, il giorno di Ferragosto, 75° anniversario dell’indipendenza, dal Forte Rosso della vecchia Delhi, Narendra Modi aveva annunciato che l’India era diventata la quinta potenza economica mondiale. Come dato statistico assoluto, non per Pil procapite.
Ma, aveva annunciato il premier, la cosa più importante era che l’India avesse superato
la Gran Bretagna.
Non c’è manifestazione pubblica nella quale Modi non ricordi di aver lasciato indietro per crescita economica e stabilità politica, l’ex potenza coloniale. Il rapporto fra India e Gran Bretagna è unico, di amore e odio a seconda delle occasioni. Ma essere stati superati da quella che fu il poverissimo “gioiello della corona”, dovrebbe essere un’umiliazione di chi, nella marcia trionfale di Edward Elgar, era la «Terra di speranza e gloria, madre della libertà».

Scenario italiano

Tuttavia l’umiliazione storica è abbondantemente sovrastata da quella denunciata dall’attualità della cronaca. «L’economia britannica è ora come l’Italia e la Grecia in termini di rischio per gli investitori, e i politici non sono stati onesti rispetto ai problemi che la nazione deve affrontare», scrive il conservatore Daily Mail, citando un ex governatore della Banca d’Inghilterra.

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Sono sette milioni le famiglie che non sono in grado di sostenere il riscaldamento delle loro case. Per loro è stata richiesta una spesa supplementare di 14 miliardi di sterline che a fatica il governo dovrà trovare. Anche rispetto alla durata degli esecutivi, la Gran Bretagna assomiglia all’Italia. Dal referendum sulla Brexit del giugno 2016 ad oggi, si sono succeduti quattro premier conservatori: David Cameron, Theresa May, Boris Johnson e Liz Truss.

Truss probabile meteora

La leadership di quest’ultima rischia di diventare una delle più brevi della storia della monarchia britannica. Modi dovrebbe essere doppiamente soddisfatto: uno dei possibili candidati a una rapida successione a Truss, è Rishi Sunak, già cancelliere dello Scacchiere di Johnson, figlio di emigranti indiani. Kwasi Kwarteng il suo successore, licenziato un mese dopo la nomina dalla premier, è figlio di emigrati dal Ghana. Stiamo parlando di politici del Partito conservatore, non del Labour. Almeno in questo la Gran Bretagna continua ad essere meglio dell’Italia: dovrà passare un’altra generazione prima che il figlio di un migrante sia ai vertici politici ed economici del nostro Paese.

Le analogie e le differenze con l’Italia sono numerose. Nella tradizione occidentale la sinistra spende il denaro pubblico che la destra crea con il rigore fiscale. Oggi sia i Conservatori inglesi che italiani tendono a ignorare le difficoltà dei conti pubblici in entrambi i Paesi. Il mini budget che voleva dare ai ricchi per togliere ai poveri come nemmeno Margaret Thatcher aveva avuto il coraggio di fare, forse non ha precedenti nella storia dei cancellieri Tory dello Scacchiere. Nella campagna elettorale interna per la leadership del partito, Rishi Sunak si era opposto al modello autolesionista di crescita che Liz Truss proponeva.

L’Ue convitato di pietra

Ora ad occuparsi del bilancio sarà Jeremy Hunt, conservatore contrario alla Brexit. In qualche modo tutto torna: l’uscita dall’Unione Europea è il convitato di pietra delle convulsioni del Partito conservatore di questi ultimi sei anni. L’ondivaga personalità di Boris Johnson; la lotta per la conquista del partito; la nevrosi di un mini-budget mostruosamente enorme nei suoi effetti, hanno fatto dimenticare a chi governa i problemi impliciti alla Brexit. I rapporti con la Ue, sempre essenziale per l’economia britannica, non sono chiariti; la questione dell’Irlanda del Nord rischia di far riesplodere lo scontro fra protestanti e cattolici.

In qualche modo, il peccato originale delle bugie raccontate da Johnson e Nigel Farage con l’aiuto degli hacker del Cremlino, durante la campagna a favore di Brexit, si è ritorto contro la stessa Gran Bretagna. Ha prodotto leader mediocri e conseguente instabilità.

Ma la decadenza del Paese è progressiva e inarrestabile dalla fine della Seconda Guerra Mondiale che, insieme alla Prima, ha drenato inesorabilmente le risorse dell’ex potenza. Ci sono state fasi di crescita durante i mandati di Margaret Thatcher, con le riforme dai costi sociali che, per esempio, nessun premier italiano potrebbe mai sostenere; ci fu l’ottimismo del laburismo moderato di Tony Blair. Ma il lento mutare da potenza globale a Paese normale non si è mai arrestato.

La più grande bugia di Brexit è stata la promessa che, uscendo dall’Europa, la Gran Bretagna sarebbe tornata allo “splendido isolamento” dagli affari continentali, per riprendere il proprio ruolo nel mondo. Resta il Commonwealth. Ma la stragrande maggioranza dei 56 membri (Uk compreso) ha più rapporti economici e commerciali con l’Unione Europea che con la Gran Bretagna.

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