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Le misure di prevenzione già operative vanno perfezionate

Dal divieto di avvicinamento al braccialetto elettronico: l'applicazione delle norme può essere risolutiva.

di Simona Rossitto

(ANSA)

3' di lettura

Una donna nel settembre scorso chiede il divieto di avvicinamento per l'ex marito, richiesta respinta. Poco tempo dopo lui le mette le mani al collo e le causa 25 giorni di prognosi. Arriva il divieto di avvicinamento ma all'ex marito viene consentito di andare a lavorare nel garage sotto casa quando la donna non c’è. Questo comporta che lei debba avvisare quando è o meno in casa. Il caso è aperto, lei non vuole aderire alla richiesta, non vuole far sapere quando è in casa, ha paura.

Divieto di avvicinamento, allontanamento dalla casa familiare d’urgenza, braccialetto elettronico: le misure per fermare violenza e femminicidi esistono; il problema, come dimostra questo caso, è lavorare sull'applicazione. «Il quadro normativo può essere ancora migliorato, rafforzando le misure preventive, ampliando ad esempio la portata dell’ammonimento del questore», afferma il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, aggiungendo che la grande sfida è «proteggere le vittime, che vanno aiutate nel difficile percorso della denuncia».

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I provvedimenti amministrativi

Ancora prima di arrivare nel campo penale, sono in effetti oggi a disposizione provvedimenti amministrativi come l’ammonimento e l’ingiunzione trattamentale. Il primo è una sorta di "cartellino giallo" col quale la questura avverte il maltrattante del disvalore della condotta. Con l’ingiunzione si esorta a iniziare un trattamento per gestire le emozioni. Secondo gli ultimi dati, sono 54 le questure (il 47% del totale) che hanno firmato protocolli o avviato interlocuzioni per l’invio e la presa in carico delle persone ammonite da parte di centri specialistici.

I risultati sono positivi, visto che la percentuale di recidive è scesa dall’11% del 2020 all’8% del 2021 al 6% del 2022 (dati a ottobre scorso) per gli ammoniti per violenza domestica; dal 20 al 18 al 9% per gli ammoniti per stalker. «Abbiamo notato - spiega Nunzia Brancati, vicequestora alla questura di Napoli - una risposta importante. Leggendo i dati, ma anche alla luce dell’esperienza, c’è una differenza tra stalker e maltrattante, il primo tende a essere più incline al percorso di recupero».

Nella direzione di potenziare le misure esistenti va il ddl presentato dalle ministre dello scorso esecutivo per il 25 novembre e ripresentato all’inizio della nuova legislatura dall’ex ministra Elena Bonetti. Amplia, ad esempio, l’istituto dell’ammonimento del questore e potenzia l'uso del braccialetto elettronico, prevedendo che in caso di manomissione scatta il carcere.

Per il giudice Fabio Roia, presidennte vicario del tribunle di Milano, «sul piano penale mancano due norme che erano inserite nel pacchetto delle ministre, ora riproposto. La prima riguarda la possibilità di emettere il provvedimento di arresto anche al di fuori della quasi flagranza di reato. Esemplificando, nel caso di una donna che va in ospedale dopo la violenza, avvenuta magari 3-4 ore prima, oggi la polizia non può procedere ad arrestare il maltrattante. In secondo luogo, occorre inserire una norma di coordinamento nel caso della violazione delle misure di allontanamento dalla casa familiare o del divieto di avvicinamento. Al momento è possibile l’arresto, ma non l’applicazione immediata della misura cautelare. Ne deriva che la polizia arresta, ma poi il giudice deve scarcerare».

La custodia cautelare

Le misure fin qui descritte non sempre riescono a impedire la reiterazione della violenza. In questi casi l’unica misura idonea a proteggere le vittime è la custodia cautelare in carcere. C’è, inoltre, chi sostiene la possibilità di far applicare un braccialetto elettronico alla vittima, per meglio garantirla. Va in questa direzione, racconta il procuratore aggiunto della procura di Napoli, Raffaello Falcone, il protocollo siglato col comando provinciale dei carabinieri che prevede la consegna alle vittime, che abbiano dato il proprio consenso, di uno smart watch dotato di sensore di movimento e di tasto di allarme. In caso di pericolo la richiesta di intervento viene inviata direttamente ai carabinieri.

Per i centri antiviolenza il problema non riguarda tanto l’introduzione di misure e istituti, quanto la loro applicazione. «Le sentenze della Cedu – dice Elena Biaggioni, vicepresidente di D.i.Re – Donne in rete contro la violenza – dicono che non viene fatta la valutazione del rischio non tanto dalle forze dell’ordine quanto da procure e tribunali. Occorre mettere tutte e tutti in condizione di fare un’adeguata valutazione, auspicabilmente con una buona collaborazione con i centri antiviolenza».

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