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Le molte ragioni del perché dichiarare il falso nelle autocertificazioni non è reato

Per la terza volta è caduta l’imputazione per falsità ideologica del privato in atto pubblico (art. 483 c.p.) nei confronti di chi consegna autodichiarazioni

di Simone Lonati e Carlo Melzi d’Eril

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I punti chiave

  • Il Gip di Milano aveva rigettato la richiesta di decreto penale di condanna nei confronti di un imprenditore
  • Il Gip di Reggio Emilia aveva ritenuto i Dpcm introducessero una misura restrittiva della libertà personale
  • Nell’ultimo caso il Gip di Milano ha specificato che non esiste una disposizione che obbliga a non mentire

3' di lettura

Neanche fossimo alla nona stazione di una via crucis giudiziaria, qualche giorno fa l’imputazione per falsità ideologica del privato in atto pubblico (art. 483 c.p.), nei confronti di chi consegna autocertificazioni false, è caduta per la terza volta. Come noto dallo scorso marzo il Governo tramite Dpcm ha variamente limitato la libertà di movimento di tutti noi. Persino nei momenti di maggiore restrizione, era comunque possibile muoversi per situazioni di necessità, esigenze lavorative o motivi di salute. Tali ragioni dovevano però essere contenute in un’autocertificazione da esibire al momento dell'eventuale controllo. Trattandosi di un’autocertificazione, disciplinata dal Dpr n. 445 del 2000, la falsità delle dichiarazioni ivi contenute sembrava poter essere punita dall’art. 483 c.p., che sanziona chi attesti al pubblico ufficiale «fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità».La circostanza interessante è che le motivazioni nel merito, come vedremo, poggiano su argomenti sempre diversi.

Il caso dell’imprenditore

La prima vicenda è stata decisa da un Gip di Milano nei confronti di un imprenditore che, fermato per un controllo, dichiarava di doversi recare presso un fornitore e poi successivamente da un cliente. I controlli effettuati mostravano come il dichiarante aveva lasciato il cliente appena prima, da qui la contestazione per falso. Il gip, nel rigettare la richiesta di decreto penale di condanna, affermava che sono estranei all’ambito di applicazione dell’art. 483 c.p. dichiarazioni che, come quelle “sotto processo”, non riguardano fatti del passato, di cui può essere attestata la verità ma mere manifestazioni di volontà, intenzioni o propositi.

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Il caso di Reggio Emilia

Nella seconda, affidata a un Gip di Reggio Emilia, due persone compilavano l’autocertificazione dichiarando di essersi recate, una a sottoporsi ad esami clinici, l’altra ad accompagnarla. Una verifica presso l’ospedale mostrava la falsità del dato. Anche qui il Gip non accoglieva la richiesta di decreto penale. Secondo il magistrato i Dpcm 8 marzo 2020 e 9 marzo 2020 nonché «tutti quelli successivamente emanati dal Capo del Governo» sono affetti da «indiscutibile illegittimità» proprio nella parte in cui introducono un divieto di spostamento salvo che per «comprovate esigenze lavorative o situazioni di necessità ovvero spostamenti per motivi di salute». Un simile divieto generale e assoluto, infatti, ha introdotto una misura restrittiva della libertà personale non diversa dalla detenzione domiciliare. Questo obbligo equivale nella sostanza a una misura limitativa della libertà personale che può essere assunta soltanto con le garanzie di cui all'art. 13 Cost., ovvero la doppia riserva di legge e di giurisdizione. Il mancato rispetto del dettato costituzionale imponeva dunque la “semplice” disapplicazione della regola in questione, questo poiché i Dpcm sono atti amministrativi non sindacabili dai Giudici della Corte costituzionale.

Il caso del negoziante

La terza e ultima decisione è stata pronunciata da un diverso Gip di Milano che, questa volta all’esito di un giudizio abbreviato, accoglieva la richiesta di proscioglimento avanzata anche dalla Procura. Qui si trattava di una persona che aveva dichiarato di rientrare dal negozio dove lavorava. Alle forze dell’ordine, che poco dopo avevano telefonato al titolare dell’esercizio commerciale per una conferma, era stato risposto che il dipendente quel giorno non sarebbe stato di turno. In quest’ultimo caso il giudice osserva in primo luogo che il reato di cui all’art. 483 c.p. sussiste solo «qualora l'atto pubblico nel quale la dichiarazione del privato è stata trasfusa sia destinato a provare la verità dei fatti attestati». In altri termini deve esistere una disposizione che obbliga a non mentire in una dichiarazione che va a comporre un atto pubblico, da cui derivano conseguenze giuridiche. Come, ad esempio, accade quando la persona indica di non superare un certo reddito per l’assegnazione di una casa popolare.

Un meccanismo da migliorare

In una vicenda come questa, si fatica a individuare sia l’atto pubblico sia gli effetti giuridici. Inoltre, all’epoca del fatto vigeva il divieto, già penalmente sanzionato, di uscire dalla propria abitazione, salvo i motivi sopra ricordati. Prevedere una ulteriore sanzione penale per la falsità dell’autocertificazione che tali motivi avrebbe dovuto attestare viola il principio per cui nessuno può essere costretto a autoincriminarsi. Colto fuori dalla propria residenza senza un motivo valido, infatti, il soggetto sarebbe posto nell’alternativa tra affermare il falso, commettendo un delitto, o dichiarare il vero, commettendo una contravvenzione (all’epoca l’art. 650 c.p.). Al netto della complessità del sistema dei delitti di falso, va detto che fin da subito era apparso chiaro come il meccanismo delle autocertificazioni fosse migliorabile, anche in una situazione di estrema emergenza come quella in cui ci si è trovati tutti all’improvviso.

Certo, confessiamo che non avremmo immaginato che nel giro di poche settimane tre giudici diversi trovassero tante e tanto convincenti ragioni per disapplicare la disciplina. Una disciplina che, per restare nella metafora iniziale, attende ora solo l’abrogazione “perché non sanno quello che fanno”.

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