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Le «mosche del capitale» che fanno società

Il barometro dei commercialisti ci rende visibile una composizione sociale poco raccontata che sta in mezzo alla ricerca di rappresentanza e rappresentazione adeguata

di Aldo Bonomi

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(ANSA)

Il barometro dei commercialisti ci rende visibile una composizione sociale poco raccontata che sta in mezzo alla ricerca di rappresentanza e rappresentazione adeguata


3' di lettura

Amazon non ha bisogno dei commercialisti. Bensì di geolocalizzatori per fare atterrare l’astronave dove più conviene nella geoeconomia e di indicazioni geopolitiche sul dove collocare la sede fiscale. Gli invisibili del sommerso, i migranti in esodo e gli scartati dai processi produttivi non vanno dal commercialista. In mezzo tra i primi e gli ultimi ci sono, per dirla con un libro di Paolo Volponi, «le mosche del capitale» fatto di secondi e penultimi. Un secondo popolo che poco raccontiamo. Sono più glamour e potenti i sorvolatori del mondo e, drammaticamente, gli ultimi ci interrogano come cifra delle differenze sociali.

Per trovare un racconto di questo secondo popolo val la pena di leggere e rileggere il Barometro Censis-Commercialisti sull’andamento dell’economia italiana. Si scoprirà che il campione di 3.600 professionisti intervistati sull’impatto del Covid-19 nell’economia reale fa del commercialista un sensore sociale ben più profondo di tante ricerche e dei miei Microcosmi. A proposito di mosche del capitale, mette a fuoco le molecole di impresine, botteghe, negozi, partite Iva... che fatturano un massimo di 350mila euro, fanno condensa in una fabbrica diffusa stimata in 460mila imprese spalmate sul territorio da nord a sud. Sono i secondi e i penultimi, dipende dal fatturato, capitalisti molecolari o capitalisti personali, il che li rende poco simpatici con quel termine “capitalisti” che sfuma in fatturati tutt’altro che da capitalisti.

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Come segnalano il 40,7% dei commercialisti che li hanno accompagnati all’assalto al cielo del benessere dentro la metamorfosi feroce della pandemia, questa ossatura del fare impresa come “progetto di vita”, mettendo al lavoro saperi contestuali e facendosi lavoratori della conoscenza o della creatività con la partita Iva, vede franare reddito, senso e speranze. Sono in preda all’ansia di non farcela il 27%, il 25% sta passando dal rancore del sentirsi secondi alla rabbia per la paura di vedersi penultimi a rischio di diventare ultimi. Solo il 25% prova a mettersi sotto sforzo per resistere. Il Censis, come da abitudine “deritiana”, ci prova a chiedere se ci salverà. E se tiene la famiglia, che pare aver fatto da ammortizzatore nella prima ondata della pandemia. Ma nella seconda sono in difficoltà il 36,8% delle famiglie con punte del 44,4% nel Sud e nelle isole. Si intravedono microstorie di vite minuscole abituate a contare sulla simbiosi tra impresa e famiglia per diventare comunità operosa che vede irraggiungibile la meta silenziosa e tranquilla del ceto medio.

Molti, tanti, sono giovani alla prima esperienza da lavoratori autonomi con partita Iva. Oscillano precariamente e perennemente tra ricerca di senso e di reddito. E allora, accompagnati dal commercialista, ci si rivolge, mai come oggi, alla statualità soccorrente, inoltrandosi tra i «detriti» (questo il termine usato nel rapporto) della macchina burocratica. Altra frana: il 79,9% dei commercialisti dà un giudizio negativo sulla qualità dei testi normativi per arrivare intorno al 50% per critica a concretezza ed entità degli stanziamenti rispetto ai bisogni. Il ritorno alla centralità della statualità, da anni svuotata della sua “anima burocratica” e di welfare, è spesso un triste ritorno per i tanti che avevano puntato sul mercato. I buchi del codice Ateco e del welfare state rispetto alla nebulosa del fare impresa e dei lavori, nella mutata composizione tecnica e produttiva, sono sotto gli occhi di tutti. Teniamo conto di questo racconto anche per il futuro. Ci rammenta che per il 55% siamo nel “labirinto della paura”. Una sola differenza riguarda la forma impresa. I commercialisti che seguono le microimprese sono per il 50% pessimisti, scendono al 21,2% quando accompagnano quelle più strutturate. Ma per favore evitiamo almeno stavolta la predica sul nanismo di impresa. Nella sua pervasività territoriale e psicosomatica diffusa, la freddezza dei numeri fa riflettere sulla tenuta del lavoro autonomo di prima generazione, artigiani e commercianti; di seconda generazione, nella terziarizzazione dei servizi e del lavorare comunicando; di terza generazione in rete con gli algoritmi del comando sui nuovi lavori sino alle tanto decantate startup per la Next generation.

Serve, come invita Cacciari, a proposito di statualità, ricordarci di un secondo popolo di non garantiti avendo chiaro che anche gli operai tassati alla fonte stanno lì tra i penultimi. Infatti anche tra Confindustria e sindacato ci si confronta per un patto per l’Italia e per un patto per il lavoro, per i lavori direi. Il barometro dei commercialisti ci rende visibile una composizione sociale poco raccontata che sta lì in mezzo alla ricerca di rappresentanza e rappresentazione adeguata. Sono tutti segnali di una società fuori squadra nella dissonanza della coesione sociale da ricostruire.

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