IL WORLD ECONOMIC FORUM

Le nevi di Davos si tingono di verde

Per il Global Risks Report rilasciato in anticipazione dell’avvio del Forum , i maggiori timori a lungo termine di esperti e leader sono ormai tutti legati al clima. Ma gli ambientalisti esigono una conversione ben più netta del Big Business e della politica

di Stefano Carrer


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(EPA)

4' di lettura

Il rapporto sui rischi globali uscito in anticipazione del World Economic Forum dà una chiara spiegazione sul perché le nevi svizzere di Davos si tingeranno settimana prossima di verde come non mai. Anche se gli ambientalisti continueranno a vedere nero.

I cinque principali rischi. Per la prima volta in assoluto, gli esperti e leader interpellati nell'autorevole sondaggio (Global Risks Report 2020) hanno indicato che i cinque principali rischi globali a lungo termine (per probabilità) sono tutti di carattere ambientale: eventi meteorologici estremi, fallimento nella mitigazione e nell'adattamento ai cambiamenti climatici, grandi catastrofi naturali, grave perdita di biodiversità e collasso dell'ecosistema, danni ambientali e disastri causati dall'uomo. Quanto ai prossimi dieci anni, 4 dei 5 maggiori rischi in termini di potenziale gravità di impatto riguardano anch'essi eventi climatici (in aggiunta alle armi di distruzione di massa).

La 50esima edizione del World Economic Forum (21-24 gennaio) promette di essere la più “verde” della storia, focalizzata su un Manifesto 2020 «per un mondo coeso e sostenibile» che manda negli archivi della storia il concetto in voga dagli anni '80 dello “Shareholder capitalism” (basato su una massimizzazione dei profitti aziendali nell’esclusivo interesse degli azionisti) per abbracciare e promuovere uno «Stakeholder capitalism» come modo per affrontare le più grandi sfide globali a beneficio di tutte le parti interessate (dai dipendenti ai fornitori, fino alla società nel suo complesso e al pianeta Terra).

Una svolta in corso. La percezione sempre più diffusa anche tra capi-azienda e uomini politici di primo piano dell'emergenza ambientale e dei suoi riflessi sui contesti di business favorisce il lifting “verde” sui volti dei Vip che ogni anno si riuniscono sulle montagne elvetiche. Dopotutto, in agosto persino i Ceo statunitensi della Business Roundtable hanno indicato di voler superare l'ottica ristretta dello «shareholder capitalism» per un approccio più responsabile, mentre nuove iniziative politiche – a partire da quelle dell'Unione Europea –cercando di affrontare i problemi ambientali senz’altro con più incisività. E' appena arrivata, inoltre, la notizia che la più grande società di investimenti del mondo, BlackRock, è pronta a votare contro i consigli di amministrazione delle società di cui è azionista «se non svolgeranno progressi sufficienti in materia sostenibilità» e non predisporranno piani industriali che puntano al rispetto per l'ambiente: lo ha indicato il Ceo Larry Fink nella lettera agli altri Ceo, in base alla considerazioens econdo cui «i dati sui rischi climatici obbligano gli investitori a riconsiderare le fondamenta stesse della finanza moderna».

Pessimismo a breve, timori a lungo termine. Tuttavia le difficoltà a tradurre in piattaforme concrete questa più diffusa sensibilità restano immense: basta guardare ai target dell'accordo di Parigi, che rischiano di restare sfuggenti. Senza contare, poi, che sul breve termine si manifestano altre urgenze: il rapporto sui rischi globali - elaborato in collaborazione con Zurich e Marsh - evidenzia un certo pessimismo nel prevedere quest'anno un incremento delle polarizzazioni politiche ed economiche. Il 2020 viene pronosticato come un anno di maggiori divisioni, sia internazionali sia all'interno dei singoli Paesi, oltre che di rallentamento economico, tra turbolenze geopolitiche che acutizzano le rivalità tra le grandi potenze proprio in una fase in cui appare più che mai urgente che leader governativi e aziendali affrontino insieme rischi comuni. Qui Borge Brende,direttore generale del Wef, ha sottolineato una differenza rispetto alla crisi finanziaria del 2008, che riuscì a risvegliare approcci collettivi e condivisi.

Le utopie dei giovani ambientalisti radicali. Se il Fondo Monetario Internazionale rilascerà lunedì le sue aggiornate previsioni sullo stato di salute dell'economia globale, ad anticipare i lavori del WEF sarà anche una marcia organizzata da una serie di associazioni di giovani ambientalisti, che partirà da Lanquart il 19 percorrendo una quarantina di chilometri. Una «Marcia per la giustizia climatica» che con lo slogan «Strike Wef» intende colpire l'evento annuale con una richiesta generalizzata di dimissioni dei partecipanti al Forum, di cui vorrebbero l'abolizione. Un programma decisamente troppo ambizioso, al pari dell'appello lanciato nei giorni scorsi da oltre da una ventina di giovani attivisti – capitanati da Greta Thunberg – per chiedere l'immediata cancellazione di ogni investimento nei combustibili fossili e in più un immediato disinvestimento totale dal comparto.

Proprio in coincidenza con gli annunci del Fondo Monetario, all'”Arctic Basecamp” allestito a Davos da scienziati-attivisti Greta unirà la sua voce a quella di alcuni esperti. Ma la sua giornata sarà il 21: prima con la partecipazione a un panel di prima mattina, poi con un suo intervento e messaggio urbi et orbi, intorno alle 13.

Il tassello mancante. Al di là dei prevedibili attacchi della giovane svedese all'establishment, certo la “narrativa” promossa dagli organizzatori del Wef _ quasi che tutti siano ormai d'accordo sulla necessità e urgenza di tradurre in atto strategie sempre più rispettose dell'ambiente - sarà messa a dura prova dal ritorno a Davos del grande assente dell'anno scorso: Donald Trump. Appare arduo sperare in un ammorbidimento della linea anti-multilateralista nell'approccio internazionale ed ecologicamente negazionista del presidente americano. Manca insomma all'appello un principio di conversione di The Donald - in linea con quella della Business Roundtable e dal colosso finanziario BlackRock - per chiarire senza equivoci e riserve se Davos – come coscienza del Big Business - sia davvero diventata tutta «Green».

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