MICROCOSMI

Le nuove metriche del capitalismo dopo la pandemia

Occorre passare dalla catena del valore alla ragnatela dei valori dei beni collettivi che interroga produttori, amministratori e sindacato

di Aldo Bonomi

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(REUTERS)

Occorre passare dalla catena del valore alla ragnatela dei valori dei beni collettivi che interroga produttori, amministratori e sindacato


3' di lettura

Sembrano lontani i giorni in cui si discuteva del libro di Richard Florida La nascita della nuova classe creativa e delle sue tre T: Tecnica, Talento, Tolleranza a cui con testardaggine aggiungevo la quarta T di Territorio. Mai come ora il territorio diventa baricentro dello spazio per la giusta distanza e luogo in cui precipitano le contraddizioni. Nella pandemia abbiamo constatato che il capitalismo molecolare e di medie imprese alzatosi dai distretti nel farsi ceto medio da città infinita transregionale, ha consumato territorio senza restituire adeguato surplus da convertire in beni collettivi come presidi sanitari molecolari o distrettuali tanto per usare le mappe economiche.

Ambiente e salute non entravano nel calcolo economico non toccato da una coscienza di luogo che dovrebbe ancorare le imprese alle società locali. Questo non accadrà nemmeno domani se le parti in gioco, imprenditori, lavoratori e loro rappresentanti si occuperanno solo di ciò che accade dentro le mura senza guardare a esternalità, qualità collettiva, salute di ciò che sta intorno. Occorre passare dalla catena del valore alla ragnatela dei valori dei beni collettivi che interroga produttori, amministratori, sindacato e chi gestisce le reti fisiche e immateriali. Torna prepotentemente attuale ciò che in altre epoche si sarebbe detto “cosa e come produrre”, ma forse oggi anche il quanto. La pandemia nell’Antropocene, non può essere derubricata a fattore esogeno, poiché interroga in profondità il nesso ambiente/sviluppo, il rapporto uomo/natura al di fuori e all’interno dell’umano. Le problematiche aspre che hanno accompagnato la Fase 2 della ripartenza testimoniano le difficoltà nel declinare umanesimo e habitus dei nostri ceti produttivi e il riapparire del tema weberiano sull’etica del capitalismo.

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La Fondazione Symbola ci prova e, dopo aver lanciato dal convento di Assisi un manifesto interrogante le imprese, oggi raccoglie in un rapporto i tanti casi di imprese che hanno riconvertito il “cosa e il come” in mascherine, respiratori, reagenti... con una flessibilità da capitalismo dolce. Basterà? A dar risposte anche al gruppo di riflessione e proposte che, partendo dalla Laudato si’, vedrà riunirsi a Milano alla Casa della carità e ha pubblicato il libro Niente di questo mondo ci risulta indifferente a cura di Daniela Padoan (Interno4 Edizioni) che stampa con il bollino «non torneremo alla normalità – la normalità era il problema». Salute, medicina e lavoro sono temi che tornano a imporsi con forza. Grandi temi che domandano norme nuove fino a ieri difficili da concepire e anche metriche del valore in grado di misurare diversamente profitto, marginalità, ricavi. Molti, ostinati, giustamente partono dai mille campioni che corrono (o correvano) nel produrre per competere e guardano al partito del Pil che, credo non basterà se non introdurrà nel fare impresa anche il Bes: il Benessere equo e sostenibile. Riprogettando il welfare aziendale, imparando dalla filiera che, durante il lockdown, ci ha permesso di raggiungere gli invisibili con la T delle Tessiture sociali della comunità di cura innervata dal terzo settore.

Carlo Borgomeo, presidente della Fondazione con il Sud, mi segnala che per la prima volta un decreto governativo prevede interventi nel mezzogiorno a supporto diretto del terzo settore e delle tessiture sociali per fare società. Ma in questo racconto di microcosmi territoriali che fine ha fatto la nuova classe creativa da cui siamo partiti? I creativi, quelli che lavoravano comunicando nella società dello spettacolo e dell’eventologia, sono stati remotizzati. La pandemia ha posto le basi per un salto nel Tecnoprocene che vediamo apparire nel processo di digitalizzazione. Oggi sono le abitazioni a divenire terminali ultimi del lavoro, della distribuzione, della finanza, ma anche della didattica e tra poco della sanità. È facile intuire che sarà uno dei lasciti del Covid-19 destinati a farsi nuova normalità con tutti i rischi e le opportunità per i lavoratori, i cittadini e la “persona”. Al di là dei webinar dilaganti che ci tengono in community, lo smart working dell’emergenza può essere rovesciato nel vecchio lavoro a domicilio, solo intermediato dal digitale in cui tutto è scaricato sulle spalle dei remotizzati. La grande questione è il rischio di definitivo abbattimento tra sfere della vita che dovrebbero restare distinte. La prospettiva della reperibilità h24 nella ubiquità minaccia questi confini. Qui si ritrova impiegata la nuova classe creativa nell’attualità ipermoderna che mette al lavoro il nostro sentire, pensare e ricordare nel digitale e nel dover riprogettare la comunicazione di prossimità. Molto dipenderà dal come si disegneranno le organizzazioni del futuro e la capacità di negoziare l’innovazione per co-gestire l’introduzione della tecnologia e contrattare l’algoritmo. Due facce della stessa moneta delle economie e dei lavori che verranno di cui dovranno avere coscienza i tanti spiazzati dalle piattaforme che riorganizzano la prossimità.

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