SBAGLIANDO SI IMPARA

Le nuove relazioni con la distanze imposte dalla pandemia

Anche in ambito professionale dobbiamo recuperare il valore dello spazio, che diventa opportunità di sintesi tra noi e l’altro

di Massimo Calì *

(AFP)

3' di lettura

Dal lungo periodo di pandemia, una delle questioni più di impatto per chi si occupa di comunicazione (per scienza o mestiere) è stata cercare un senso a questo dilemma: se il paradigma è che la relazione ha come presupposto vicinanza, come trasformare il modo di relazionarsi dovendo stare distanti per motivi sanitari? Ce ne siamo occupati anche in questa rubrica rispetto agli strumenti di videocomunicazione. Più usciamo dall’emergenza sanitaria e più la questione torna a spostarsi negli ambienti fisici. Dal punto di vista architettonico o di layout, le regole sanitarie hanno spesso imposto una soluzione, mentre rimane in evoluzione il cambiamento necessario dal punto di vista comportamentale personale (e pensate a quanto impatta il tema in tutte le relazioni professionali per definizione di contatto: accoglienza in negozi, uffici pubblici, relazioni di “servizio” eccetera).

Wikipedia definisce la prossemica come “la disciplina semiologica che studia i gesti, il comportamento, lo spazio e le distanze all’interno di una comunicazione, sia verbale sia non verbale”. Siamo nel pieno della comunicazione: non si può non comunicare, per farlo usiamo parole (il cosiddetto canale verbale), voce (il canale paraverbale) e il nostro corpo (il canale non verbale). La questione non è tanto quali sono le ricette “giuste” rispetto alle mutate regole con cui approcciarci alla prossemica, ma quali sono i criteri più utili per orientarsi in questo cambiamento: dal punto di vista delle relazioni professionali, ciascuno con il proprio stile, che modi abbiamo per riempire quel vuoto (fisico) dato dalle maggiori distanze che probabilmente dovremo mantenere anche oltre l'emergenza sanitaria?

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Se viviamo la distanza come una cosa negativa, sinonimo di freddezza, di non-presenza, allora pensiamo a come compensare, facendo in modo di non riempire quello spazio con noi stessi ma renderlo ancora più accogliente per l’altro (e accoglienza è proprio la parola che forse più ci serve). Per essere più accoglienti, se togliamo da una parte, potrebbe convenirci aggiungere dall’altra: tornando alla tripartizione verbale, paraverbale e non verbale, su cosa contare? La prima: verbalizziamo di più.

È una tecnica che spesso si usa nella gestione delle obiezioni: se qualcuno esprime un disaccordo, la prima cosa da fare è accogliere il disaccordo stesso (non i contenuti, ma il “diritto” di essere in disaccordo). E siccome l’accoglienza di per sé non si vede, è più potente se viene verbalizzata. Ad alcuni viene spontaneo, ad altri meno, ma in una relazione che ha poco tempo per realizzarsi (e spesso quelle di carattere professionale sono così) qualche “acceleratore” verbale può non guastare.

Poi il paraverbale: usiamo tutta l’estensione di toni, volumi, ritmi e velocità? Abbiamo la nostra gamma, ma spesso ne usiamo solo una parte: senza uscirne, spingiamoci un po’ verso i confini. In una situazione rumorosa automaticamente alziamo la voce, o la coloriamo in modo che troveremmo caricaturale fuori da quel contesto. In una situazione a-normale (per la normalità che conoscevamo) c’è qualcosa a cui attingere in questo nostro repertorio?

Infine, gli altri aspetti della comunicazione non verbale: espressione del viso, contatto visivo, gesti e postura (non potendo contare su tatto e prossemica). Alla stazione per salutare una persona cara che parte, se ci vediamo dai finestrini del treno ma non riusciamo a sentirci, ci trasformiamo in mimi fantastici, con espressioni cariche, gesti ampi e descrittivi. Bene, dovremo abituarci ad essere più spesso così e pescare anche in quel repertorio.

In fondo siamo abituati a compensare: pensate a quanto lo facciamo al telefono (abbiamo solo voce e parole) o a quanto abbiamo interiorizzato l’utilizzo degli emoji come “chiarificatori emotivi” nelle nostre chat. Gianfranco Marrone, in un articolo sul tema, ci dice “non sappiamo bene cosa accadrà, ma possediamo i mezzi per pedinare la nascita, l’affermazione e la trasformazione delle ulteriori forme prossemiche che il maledetto virus - o chi per lui - ci sta imponendo”.

Tra questi mezzi, proviamo a vedere lo spazio come una opportunità. Ad esempio, il vero ascolto lo otteniamo nella sintesi tra noi e l’altro, e per questo dobbiamo lasciargli dello “spazio”. Perché se non c’è spazio non c’è sintesi, ma diventa simbiosi (che trasforma entrambi in altro). Ogni tanto prendo a prestito dal mondo teatrale, lo faccio anche adesso: persino nella antica pratica di recitazione con le maschere, Jacques Lecoq ci insegna che “la maschera non deve aderire completamente al volto. Ci vuole una certa distanza tra il viso e l’oggetto, perché è proprio attraverso questa distanza che l’attore può davvero recitare”. Sul nostro palcoscenico quotidiano, troviamo il modo di usare queste nuove distanze per recitare meglio.

* Partner di Newton Spa


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