lotta al terrorismo

Le nuove sfide per l’intelligence

di Luca De Biase


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(ANSA)

3' di lettura

Le frontiere della sicurezza online si ampliano, diversificano e confondono. Ormai riguardano davvero tutti: persino l’Italia non può più rinunciare a occuparsene. E nonostante alcune riuscite operazioni di repressione del reclutamento di terroristi online, è necessario creare un sistema di strutture operative di dimensioni adeguate.

Con la crescita esponenziale dell’internet e la sua capillare integrazione in ogni aspetto della vita sociale ed economica, per garantire sicurezza si deve agire su una pluralità di dimensioni: la difesa nazionale, l’intelligence, la lotta alla criminalità, la protezione della proprietà intellettuale delle imprese industriali e così via. Le attività dei governi, delle polizie e dei servizi segreti si svolgono in un contesto complesso nel quale le azioni dei criminali, dei terroristi, delle nazioni autoritarie e dei gruppi condotti dalle ideologie più varie non hanno confini chiarissimi.

Sicché fa bene il governo italiano a dichiarare la necessità di accelerare nella riorganizzazione delle operazioni che riguardano la sicurezza. Di certo, grazie soprattutto alla buona volontà di tante persone e alla professionalità delle forze dell’ordine, l’Italia non è all’anno zero in materia. Poco più di due mesi fa, per esempio, i carabinieri del Ros con il coordinamento della Procura distrettuale antiterrorismo di Genova hanno fermato tre persone accusate di reclutare sul web jihadisti per l’Is. Come riportava la Reuters: «L’opera di propaganda e proselitismo era svolta esclusivamente sulla rete non solo mediante canali riservati ma, ricorrendo a pseudonimi e account fittizi, anche sui più diffusi social media. Il materiale divulgato a numerosi contatti era in parte direttamente ottenuto da al-Hayat Media Center, organo di propaganda ufficiale dell’autoproclamatosi Stato Islamico».

Ma strategicamente, non si risolve il problema con una serie di operazioni limitate al territorio italiano. E giustamente il ministro dell’Interno Marco Minniti parla della necessità di «costruire una rete protettiva» che «deve essere il frutto di una cooperazione internazionale tra governi e grandi provider». Ma per partecipare a una tale cooperazione internazionale l’Italia deve poter mettere in campo forze di dimensione adeguata e paragonabili a quelle degli altri paesi. Roberto Baldoni, direttore del Centro di Ricerca Sapienza in Cyber Intelligence e Information Security, appunto all’università La Sapienza di Roma, è netto: «Se vogliamo avere un posto nella rete internazionale che protegge i cittadini dobbiamo mettere in campo strutture adeguate: si tratta di progettare e realizzare centri operativi con un personale nell’ordine del centinaio di tecnici, tra ingegneri e ricercatori». In mancanza di questo genere di strutture operative, l’Italia rischia di non essere accolta nella rete della cooperazione internazionale: come nel caso del polo che si occupa di cyberguerra che è stato localizzato a Helsinki al quale collaborano 11 paesi e dove l’Italia non c’è.

E non è tanto questione di acquistare tecnologie: è proprio questione di attirare a questo compito i cervelli migliori. La sfida, dunque, non è soltanto nel reperimento delle risorse necessarie. È anche nella struttura organizzativa che va progettata e che non può permettersi di scontare le lungaggini e la mancanza di flessibilità tipica della contrattualistica della pubblica amministrazione. Consorzi pubblico-privati o altre soluzioni vanno trovate, sul modello di altre iniziative recenti, come in un campo diverso si è fatto per lo Human Technopole di Milano.

Insomma. Se l’Italia chiede collaborazione deve offrire collaborazione. Con mezzi di dimensioni adeguate alla sfida. Perché oggi ci preoccupiamo del reclutamento di terroristi. Domani del riciclaggio di denaro mafioso in rete. E dopodomani sarà la volta del furto di proprietà intellettuale delle imprese italiane che competono nell’innovazione. Non è il futuro. È il presente. E non lo si affronta restando bloccati nel passato.

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