analisii costi del barile

Le nuove tecnologie vanificano i tagli Opec

di Davide Tabarelli

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(Reuters)


3' di lettura

Il Brent è sotto la soglia psicologica dei 50 dollari, circa 5 dollari in meno dei massimi del 2017 e solo un paio di dollari sopra i valori di un anno fa. Il prevalere di debolezza degli ultimi giorni è dovuto alla lentezza con la quale si sta riassorbendo l’eccesso di offerta accumulato fra metà 2014 e fine 2016. Paradossalmente, il taglio dei produttori Opec e non Opec è di proporzioni storiche, ma ciò viene vanificato da tre fattori.

in ordine di importanza: le scorte a livelli record, la crescita della produzione Usa e la frenata della crescita della domanda. L’accordo Opec del 30 novembre 2016 è più che rispettato, con una produzione che ad aprile 2017 è più bassa di 1,3 milioni barili al giorno (mbg) rispetto al picco storico di ottobre 2016. L’Arabia Saudita sta riducendo più di quanto promesso e rimane sotto i 10 mbg. Sulla stessa linea è l’Iran, stabile a 3,8 mbg. Teheran e Riad sono ancora allineati e ciò rimane l’elemento più solido per la tenuta dei prezzi. A ciò si aggiunge il calo della produzione dei non Opec, guidati dalla Russia, che il 10 dicembre 2016 avevano promesso un taglio di 0,6 mbg. Al di là dei proclami del governo russo, il calo complessivo è dell’ordine di 0,3 milioni e porta il taglio totale a 1,6 milioni barili giorno. Mai in passato si era assistito a uno sforzo così intenso e coordinato, destinato con probabilità a essere esteso, dopo l’incontro del prossimo 25 maggio, anche alla seconda metà del 2017. Nonostante ciò i prezzi calano. La prima causa sono le alte scorte accumulate: quelle commerciali nei paesi Ocse sono a 65 giorni di futuro consumo, un giorno in meno rispetto al massimo di dicembre, ma superiori di circa 15 giorni rispetto ai valori di qualche anno fa.

È sulla produzione che si concentra giustamente l’attenzione. Gli ultimi dati continuano a confermare una robusta crescita, ad aprile a 9,3 mbg, +0,8 mbg rispetto ai minimi di un anno fa, ma ancora sotto al picco di 9,5 mbg della metà del 2015. Anche con prezzi più bassi la crescita è destinata a continuare, grazie all’accelerazione della rivoluzione in corso da anni nell’industria petrolifera Usa, quella che da sempre definisce i trend tecnologici. I costi per barile che prima del crollo del 2014 veniva indicati a 80 dollari, oggi, intorno a Midland in Texas, vengono stimati a 37 dollari. Stupisce il livello di innovazione, con un concentrato di quelle nuove tecnologie di cui si sente tanto parlare: la digitalizzazione che permette il controllo a distanza delle perforazioni, il big data che migliora la conoscenza sugli strati di roccia nel sottosuolo, i droni che dall’alto controllano le linee e raccolgono dati al suolo per disegnare in 3D a distanza le piazzole di perforazione, il posizionamento satellitare dei giacimenti per capirne meglio il contenuto. Il risultato è evidente nel numero di addetti necessari per fare un pozzo. Fino a 5 anni fa ne occorrevano 400, oggi con 50 si fanno le stesse operazioni. Negli ultimi giorni, l’ottimismo circa la riduzione dei costi e l’abbondanza di offerta, è alimentato dai brillanti risultati delle major, raggiunti grazie a maggiore efficienza. Sullo sfondo, però, i consumi di petrolio continuano a salire e nel 2017 raggiungeranno un nuovo record a 98 mbg, 1,4 mbg in più del 2016, oltre 6 in più del 2013 quando i prezzi erano stabili sopra i 100 dollari e nessuno si sognava i 50 di oggi. Tenuto conto del dimezzamento degli investimenti degli ultimi due anni e del fatto che ogni anno 5 mbg di capacità naturalmente si esauriscono, viene spontaneo affermare: più scendono ora i prezzi e più rimbalzeranno in futuro

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