Interventi

Le nuove Vie della Seta e il pluralismo culturale

di Piero Formica

3' di lettura

Nella classifica mondiale dei paesi esportatori la Cina si trova sul podio più alto; l'Italia è ottava. La carovana del nostro export correrà lungo le rotte commerciali di mare e di terra disegnate dal governo cinese? Saranno i porti dell'Alto Adriatico, da Trieste a Venezia, gli scali marittimi delle merci da e verso il cuore dell'Europa?

Le tracce lasciate dal passato aiutano a comprendere la complessità dei tempi presenti. È questo il caso del sì, del no e del ‘nì' alle nuove Vie della Seta.

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La memoria corre alle lunghe fila di cammelli e cavalli da soma che da Loyang nel nord della Cina attraversavano gli aridi altipiani dell'Asia centrale in direzione dell'Iran, della Russia meridionale e del Vicino Oriente, per poi raggiungere Venezia. La storica Via della Seta è stata un percorso del dialogo, un'impresa culturale con le sue radici nella letteratura cinese e nella storia dei grandi viaggi. Nel seicento il letterato cinese Wen Zhenheng scriveva il “Trattato delle cose superflue”, un testo sul consumo culturale e il buon gusto. Marco Polo percorrendo la Via della Seta giunse nella Cina del mongolo Khubilai Khan. È questa il favoloso Cathay, epitomo di ricchezza e potere, che portò in Occidente una visione del mondo tanto rivoluzionaria da far pensare che Marco Polo fosse un impostore. Secoli dopo, nel 1877, il geografo ed esploratore tedesco Ferdinand von Richthofen inventò l'espressione “le Vie della Seta”.

Possiamo attenderci che queste Vie innescheranno un processo che muova stili di vita, valori, beni e servizi da una cultura a un'altra?

Un processo che, un secolo e mezzo fa, lo storico cubano Fernando Ortiz chiamava transculturale e che oggi conosciamo con il nome di globalizzazione, di cui la leggendaria Via della Seta di Marco Polo è stata l'antesignana.

La geografia economica fornisce una chiara illustrazione dell'importanza dei collegamenti infrastrutturali. Se l'attività economica è più redditizia quando viene svolta su larga scala, allora dagli ammodernamenti dei trasporti che rendono un territorio meglio connesso a molti altri nasce un polo di attrazione per gli investimenti e la crescita economica.

A tracciare le rotte degli scambi sono le imprese che si integrano globalmente. Queste hanno già disegnato una traiettoria geografica che da Parigi, Londra e il bacino della Ruhr prosegue verso New York e Chicago, il Texas e la California, per poi puntare in direzione del Pacifico lungo il corridoio Tokyo-Osaka. Da qui, nel corso degli ultimi due decenni, quella traiettoria si è estesa fino a toccare prima Singapore, Kuala Lumpur e Hong Kong, e poi Pechino, Shanghai, Bangalore, Mumbai e la regione del Golfo Persico con Dubai.

Ora la Cina si presenta come architetto di nuove rotte che si appresta ad aprire non solo per gli scambi di merci, prodotti e servizi, ma anche per rendere più abbondante il flusso di talenti. Lungo le Vie della Seta, le politiche governative intendono far correre dalla e verso la Cina progetti innovativi in sintonia con l'economia delle “5 R” (riciclo, riuso, riduzione, ripristino e ripensamento delle risorse naturali) per uno sviluppo sostenibile e diffuso. Con i progetti si muoveranno i nomadi della conoscenza. Scambi commerciali e flussi di talenti vanno sempre più a braccetto. Giovani cinesi e centro asiatici intravedono nelle emergenti opportunità di creare imprese nel business dello sviluppo sostenibile la strada maestra per la realizzazione delle loro aspirazioni professionali.

Visti multipli per destinazioni diverse incoraggerebbero le intraprese, anche turistiche, lungo quelle Vie che sono un terreno d'incontro tra il potere dei numeri e la forza dell'immaginazione, tra la precisione dell'uomo economico e l'imperfezione dell'uomo immaginativo. Nei negoziati con le autorità cinesi spetta a noi far prevalere un pluralismo anzitutto culturale da nutrire per avere successo lungo le nuove rotte marittime e terrestri.

piero.formica@gmail.com

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