commentosecessione infinita

Le ombre per Londra su crescita e sovranità interna

di Sergio Fabbrini

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(Afp)

4' di lettura

Ieri è stata una giornata storica per il Regno Unito. Il parlamento di Westminster doveva decidere come uscire da una Brexit che assomiglia ad una guerra. E ha deciso di non uscirne. Ha votato di non votare la nuova “Dichiarazione politica” e il nuovo “Protocollo su Irlanda e Irlanda del Nord” allegato all’Accordo di Recesso, che erano stati negoziati dal premier Johnson e approvati dal Consiglio europeo giovedì scorso a Bruxelles. Ben 322 membri di Westminster (contro 306, su un totale di 650) hanno votato a favore dell’emendamento presentato da Oliver Letwin (parlamentare conservatore espulso dal suo partito nel mese scorso) che «impone di non discutere l’accordo di Bruxelles fino a quando non sia stata approvata la legislazione rilevante» ai fini dell’uscita del Paese dall’Unione europea (Ue). A questo punto scatta il Benn Act, cioè la legge proposta dal parlamentare laburista Hilary Benn e approvata da Westminster il mese scorso, che esclude qualsiasi uscita senza accordo dall’Ue. Tale legge impone al governo britannico di chiedere un’ulteriore estensione fino al 31 gennaio 2020, della data entro cui il Paese potrà lasciare l’Ue, «nel caso non venisse approvato un accordo tra le due parti entro il 19 ottobre» (cioè ieri). Il premier Johnson si era battuto strenuamente contro questa legge, promettendo che non l’avrebbe rispettata (per lui, do or die, il Regno Unito lascerà l’Ue entro il 31 ottobre). Non sarà così. Anche se non sappiamo come sarà. Quali sono le conseguenze di questa situazione per il Regno Unito, ma anche per l’Ue?

L’uscita o secessione del Regno Unito dall’Ue è destinata ad avere molte implicazioni. Due meritano attenzione. In primo luogo, la secessione è destinata ad accentuare le difficoltà economiche del Paese.

Secondo le stime dell’ISPI di Milano, dal giugno 2016 la sterlina si è svalutata di circa il 20 per cento rispetto all’euro, svalutazione che ha favorito le esportazioni ma anche penalizzato le importazioni, essendo il Paese dipendente dagli scambi e dai commerci esteri. Il risultato è stato un forte aumento dell’inflazione (3,5 per cento dopo Brexit), con relativa perdita di potere d’acquisto da parte delle famiglie britanniche. Chi ha voluto la secessione, l’aveva giustificata con la necessità di riappropriarsi della sovranità nazionale, così da negoziare autonomi trattati commerciali (nell’Ue la competenza sul commercio è assegnata esclusivamente alla Commissione). Tuttavia, sul piano globale, il Regno Unito è un Paese di medie dimensioni (poco più di 66 milioni di abitanti), con un potere negoziale molto più limitato di quello che ha l’Ue (che rappresenterà un mercato, anche senza il Regno Unito, di 440 milioni di persone). Sarà difficile, quindi, che il Regno Unito potrà ottenere, nei futuri negoziati, vantaggi comparativi superiori a quelli ottenibili in quanto membro dell’Ue. Come ha scritto lo storico inglese Robert Saunders, global Britain è pura fantasia.

In secondo luogo, la secessione è destinata ad avere profonde conseguenze anche sul piano della sovranità interna. Consideriamo l’Accordo di recesso negoziato giovedì scorso a Bruxelles. Quell’accordo prevede un regime doganale diverso per l’Irlanda del Nord rispetto al resto del Regno Unito, una differenziazione ritenuta necessaria per impedire il ritorno della frontiera interna all’isola irlandese (così rispettando un altro Accordo, quello del Venerdì Santo del 1998, che aveva messo fine ai conflitti in Irlanda del Nord). Tuttavia, quella differenziazione è destinata ad accentuare, sul piano dell’ordine legale, la distanza tra l’Irlanda del Nord e il Regno Unito (che invece l’accordo del precedente premier May aveva cercato di prevenire). Infatti, gli accordi (rifiutati per ben tre volte da Westminster) tra la precedente premier May e l’Ue prevedevano che l’intero Regno Unito rimanesse in una unione doganale con quest’ultima, fino a quando non veniva trovata una soluzione soddisfacente per impedire il ritorno della frontiera tra la Repubblica irlandese e la regione britannica dell’Irlanda del nord. Dunque, con l’accordo di giovedì scorso, Boris Johnson ha deciso di abbandonare l’Irlanda del Nord al suo destino, pur di riaffermare il principio che «Brexit significa Brexit». Mentre Theresa May, qualche mese prima, aveva deciso di sacrificare Brexit pur di preservare l’unità territoriale del Regno Unito.

Comunque la si giri, Brexit è destinata a sfidare l’unità territoriale del Regno Unito, una sfida che dovrà essere affrontata sulla base di una costituzione non-scritta, cioè fatta di convenzioni che non appaiono più condivise come nel passato, secondo il politologo inglese Anand Menon.

Se Londra piange, Bruxelles non può ridere. Brexit è la dimostrazione della disomogeneità crescente (sugli scopi dell’integrazione) tra gli stati membri dell’Ue. Se il gruppo dei sei Paesi fondatori aveva condiviso l’obiettivo di costruire «un’unione sempre più stretta», quell’obiettivo si è smarrito con gli allargamenti che si sono succeduti. Oltre che per il Regno Unito, per i Paesi scandinavi e poi per i Paesi dell’Europa dell’est, l’adesione all’Ue ha avuto un carattere economico, non già politico. Ciò ha condotto al rafforzamento della coalizione di stati membri portatori di una visione nazionalista poco compatibile con il progetto originario (coalizione destinata a rafforzarsi, peraltro, con l’eventuale entrata della Albania e della Macedonia, per non parlare della Turchia). Se il Regno Unito continuerà a rimanere all’interno dell’Ue, pur avendo deciso di lasciarla, la conseguenza sarà un indebolimento inevitabile delle istituzioni comunitarie, a tutto vantaggio delle forze sovraniste. Una possibilità che non può essere prevenuta con la politica del tirare a campare.

Insomma, il voto di ieri al Parlamento britannico tiene aperta la crisi avviata con il referendum del 23 giugno 2016. Quella crisi sta portando il Regno Unito verso una polarizzazione politica ingovernabile. Come le onde di un maremoto, le conseguenze di una Brexit irrisolvibile sono destinate a scuotere con forza anche Bruxelles. Sarà in grado, l’Ue, di predisporre le necessarie barriere?

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