premio italo calvino - racconto n. 3

Le ore (Irpinia, 1980)

di Marianna De Rosa


9' di lettura

I.
Quant'è durata la scossa? Dio solo lo sa. Dio, e tutte le donne in travaglio. Il tempo di un'Ave Maria, ma pare un'eternità. Come quando stai per sgravare. Che quando lo senti addosso il tempo, sulla carne tua, non ti metti a contare. Preghi solo che passi. Poi, se Dio vuole, te lo dimentichi, se no non figlieresti più.

E chi se la ricordava qua la paura del terremoto? E pure è la terza volta che la terra trema da quando mi maritai.

Nel '30 stavamo sotto ai fascisti: ancora ci dovevano chiedere l'oro per la patria e il sangue dei figli, ancora potevamo macinare la farina bianca al mulino nostro. Era la notte, tre giorni prima di Sant'Anna. Un vento strano, un boato di crepa, pietre e putrelle accatastate, i pianti delle bestie e delle creature. Case carute e spetazzate, da per tutto morti e feriti.

Quello dopo, il '62, era più lontano e almeno qua non uccise nessuno. E meno male, che la guerra se n'era già portati via troppi. Era la fine di agosto, l'uva matura.

E mo', che so' pronte le olive, chi ci pensa a coglierle, a portarle al frantoio? Tutto fermo. Ferme le braccia, ferme le frasche. Ferme pure le mani di noi femmine, che ferme non ci sanno stare. Che se non abbiamo da faticare, le usiamo per ricamare o sgranare rosari. Ma quanti pensieri ci corrono dentro a quelle mani. Quante parole ripetute a memoria per ricacciare dentro i dolori.

Ora pro nobis. Che Dio solo lo sa quanti triboli ho passato io, in novant'anni quasi di vita. Ma mo' dove sto? Nella casa del padre? Per un momento mi pareva che ero tornata creatura. Lo farà il cuore quando si spaura. E il marito mio dove sta? Mi prese in braccio la prima volta che mi portò qua, che la sposa non deve calpestare la soglia. Se muoio qua sotto, a casa mia rimango.

II.
Proprio sotto Mazzarino
c'è una bella musulmana
e con tre soldi per canna
fe' il vestito per Marianna.
Si vestì di gran pallore
e Marianna adesso muore.

Portavo ancora le trecce sulle spalle e le caviglie scoperte quando recitavo sta tiritera. Mariannina ero e Mariannina rimasi: pure dopo, quando mi toccò la veste lunga colore di nero. Io di chiaro, quando mi sposai, tenevo solo la cammisèlla. E la biancheria del corredo. In dote portai pure soldi e le terre. Dai suoceri mi vennero ori in quantità. Ma non tengo più niente, che portai tutto a Montevergine: li appesi per voto alla Madonna nera che mi aveva fatto tornare i figli partiti in guerra.

Il corpo della femmina, Ghita mia, è come un campo: lo semini, dà frutto, e finché esce latte lo tieni a maggese. Cinque figli sono arrivati. In casa sono nati e ce li hanno battezzati, coi nomi rinnovati per continuare la famiglia.

Vieni Sant'Anna, mamma di Maria
vieni l'addorme a stu figlio mio,
vieni Sant'Anna co' le menne chiene,
e gne le sfratta a stu figlio mio.

Tutti li ho allattati i figli miei. Ninna e ninna e ninnarella gli cantavo sempre quando li nazzecavo. Picci 'e suonno. Chi sa se se lo ricordano ancora?

Ghita, dove stai tu? Io sto qua, seduta capo a lo fuoco. Quanto durerò ancora sotto a sto polverone?

III.
Nicola mio teneva il naso fino e una fronte superba. Avevamo fatto tutti e due le scuole obbligate. Ancora me lo ricordo, quando scendeva a valle in groppa al morello: aveva gli anni miei, venti, come a te mo', ma pareva più grande. Mi venne a prendere lui per portarmi qua. Lui sapeva le strade, conosceva il mondo oltre la valle.

Era lui il primo a scetarsi, la mattina, col gallo, e il primo a coricarsi la sera. Quand'era giovane partiva di buon'ora: Avellino, Atripalda, Foggia. Si faceva tutti i mercati, le fiere. – Aggia i' – mi diceva. Per la casa, una mmescafrancesca di carte: spese e imprese, debiti e crediti, sparagno e guadagno. Tutto segnava.

Lo sai che suonava, da giovane? E come rideva quando cantava…

Oi Mari', oi Mari',
quanto suonno aggio perso pe' tte
eh famm', famm' addurmì
una notte abbracciato cu tte.

Altre parole d'amore non me le ricordo. L'amore nostro era la devozione alla casa, ai figli, a quello che è giusto e fatto in grazia di Dio.

Gli ultimi anni gli piaceva starsene qua, con la giacchetta indosso e la coppola in testa. Attizzavamo il fuoco e ci appicciavamo pure noi ogni tanto. – Comme si' curiuso – gli dicevo io quando mi faceva stranire. Lui col malanimo girava le spalle e prendeva la porta: non era uomo da rispondere spontùto.

Ghita, dove stai, che non ti sento... La voce di Nicola risento. Chi sa se pure l'ora mia è arrivata.

IV.
Il mondo nostro, Ghita mia, o era bianco o era nero. O stavi di qua o stavi di là: femmine e uomini, paesani e forestieri, signori e contadini, galantuomini e briganti, onesti o mariuoli. Ma certe frontiere si passavano facile, specie a tempo di guerra. Altre occasioni le creava la fame, e pure l'amore. Io da zita ho passato il fiume giù a valle per venire qua sposa. Allora pure quello era un viaggio.

Il viaggio da sposa lo facemmo alla Madonna di Pompei. Allora il Vesuvio ancora fumava. E quant'era bella la Beata Vergine del Rosario, piena di diamanti, di zaffìri e smeraldi.

Me li ricordo tutti i viaggi, il male che mi prendeva allo stomaco quando la strada curvava, l'odore della polvere, il rumore di pietrisco della carrareccia. Sempre col carrozzino andavamo.

I viaggi io non li facevo mai sola. Solo una volta mi misi in cammino, l'estate, appena finita la guerra. Li potevo regalare al santo del paese gli ori miei. Ma la grazia di riportarmi i figli me l'aveva fatta Mamma Schiavona, “che tutto concede e tutto perdona”. La iuta a Montevergine è dura. Ore di cammino, in mezzo alla pietra viva. Ma tutto è sacro e santo per chi sale in cima: lo scalzatoio, il tiglio e il sedile per posarsi, la scala che porta alla Vergine. Lei che ogni anima ascolta e a tutte porta la luce.

Finché mi tengo sveglia a ricordarmi le cose, qualcuno può essere che mi sente.

V.
Napoli, la prima volta, me la fece vedere a scuola la maestra in un libro: era una pittura fatta in una giornata chiara, col mare e il Vesuvio in fondo.

Da qua a là era un viaggio. La prima volta che ci andai fu dopo l'ultima guerra. Me lo ricordo come fosse mo': mi sentivo stordita in mezzo a quei palazzi sdegnosi. Le femmine di città erano vestite diverse, tenevano il capo rifatto e gli occhi di brace. E a me, a vedere tutto quello spettacolo, mi prendeva come una vergogna e la pressa di tornare al paese. Che io, pure sola, sto bene qua, a casa mia: padrona delle pietre e dei giorni che mi rimangono.

Io le racconto a te le cose, che m'hai vista sempre vecchia e vestita a lutto, arrognata come a una mela limongella. Tu, Ghita mia, pari un fiore che scoppa, ma ti toccherà pure a te a reggere la famiglia. E a stare sempre all'erta una si stanca.

Voi femmine di mo' siete cambiate, ma se dovesse tornare la guerra, di nuovo dentro casa vi troverete, a faticare e a pregare. Che la guerra non è cosa da femmine. A noi ci tocca aspettare e sopportare il dolore: tienilo a mente, Ghita mia, che arriva sempre il momento per noi cristiane di portare la croce nostra.

VI.
Io, il primo fatto importante che mi ricordo, è la morte di re Umberto. La maestra disse una cosa che ancora tengo a mente: “cordoglio nazionale”, che è come un lutto perché il cuore si duole, ma senza femmine a urlare e strapparsi capilli.

Tante altre volte l'ho risentito, dopo, il “cordoglio”. E quanta paura, la figlia mia! Voi ve lo siete scordato com'è a vivere a tempo di guerra: gli stenti, le bombe, le rappresaglie.

Quante preghiere! Quanto ci siamo raccomandate alla Madonna che finisse presto. Noi femmine recitavamo pure per coprire gli improperi degli uomini.

Diasille diasille, il giorno del giudizio è arrivato.

VII.
Uh, sciorta mia! Che predico a fare? Chi m'ascolta più? Io nacqui in quell'altro secolo: questa non è l'epoca mia. Questo mondo di mo' non ci arrivo a capirlo. E la buonanima di Nicola non ci sta più, a spiegarmelo.

E dopo? Come sarà il mondo di dopo? Come si sceta più il paese domani? Che troveranno quelli partiti a cercare fortuna? Solo la parlata nostra, ci rimane.

Dio non voglia, dopo sto finimondo, che mi tocchi pure a me di andare in città, dove solo il figlio mio sa parlare come a me.

Amara me e amara terra mia,
che dai frutti due volte a l'anno
camperò io pure quest'altr'anno?

VIII.
Chi lo sa se li mangeremo i cicci a fine anno? Ceci, fagioli e nemìccole in ammollo tutta notte, grano e granone da cuocere a parte. Per farli buoni, li devi cuocere sopra alla brace, dentro a la bollacca, finché l'acqua non si ritira. Poi li metti a rinfrescare nel tiàno. Ce ne vogliono assai. Carità vuole che li spartisci per sfamare il prossimo tuo.

Cicci cicci cuotti
pe' l'anima re li muorti
se non me ne vuo' rà
che ti pozza scaorà.

Ma noi oggi che abbiamo mangiato? Com'è che non me lo ricordo? Quando non hai più da cucinare, aspetti l'ora di mangiare e ti basta un boccone per levarti la fame. Non ci badi più: come alla veste che ti metti addosso la mattina.

E 'mmo faci jornu? Santa Lucia, mia, aiutaci tu a fa' passa' la nuttata.

IX.
La brace si smorza, che ora s'è fatta? Fermo l'orologio, mute le campane là fuori. Il tempo è come la corrente giù al fosso. Ma se l'acqua del fiume arriva sempre a mare, gli uomini ogni tanto si fermano a metà, come i muli sferrati.

Io mi ricordo di quel Coviello che tre volte andò a la fiera di Atripalda con cento ducati e tre volte si fece incantare da una fata che gli vendette tre bestiolélle che non valevano niente. E però, a forza di pazzielle, fecero passare la malinconia a una zita lombarda figlia di re, che erano sette anni che non rideva. E a la fine Coviello si prese lei per moglie con tutto il regno. Quant'è vero che vene chiù int' a n'ora che int'a cient'anni.

I cunti nostri finivano sempre così, con un proverbio che non ti scordavi. Parole giudiziose, che quando servivano poi le trovavi già pronte.

Ghita, lo conosci tu lo scongiuro che recitano a mezza bocca in campagna? Buono per levare l'invidia, per trovare una fonte, scongiurare la grandine e pure per placare la terra che trema.

La terra trema e pure noi tremiamo, per la paura.

X.
Il portone qua fuori era come la piazza della casa nostra. Chi partiva e chi tornava da là doveva passare, e chi entrava ci dava una voce. Qua, alla stagione, tenevamo pure i sacchi di grano.

Quando ero piccola io, al paese mio, che se t'affacci lo vedi, ci tenevamo una granata fuori al portone, che se con la luna piena passava una janara, quella si incantava a contare i fili di saggina. La tenessi pure mo' una scovetta vicino…

Mo' il sigliuzzo della terra è finito, s'è calmato il soffio che riempiva le crepe, l'abbruculiare di pietre, vetri e cocci in frantumi. Mo' ti sento, sento gli urli e i pianti lontani.

Io sto di qua, tu di là Ghita mia. Tu mi dici che è tutto caduto, e non vedi più scale, né strade, solo case scoppate, pietre sopra altre pietre.

“Se gli uomini taceranno, parleranno le pietre” – dice il Signore. Ma pure per le pietre ci vuole riguardo, che se le togli di mezzo diventano mute.

La memoria si stuta come il fuoco. E quando a noi vecchi ci porteranno via, del mondo nostro chi si ricorderà? Io perciò ti parlo, Ghita, e questi ricordi miei li voglio dare a te. Chi lo sa se li riuscirò a rivedere i figli lontani.

XI.
Ma', uai ma'. La riconobbi subito, la voce: era il figlio mio. Intanto pensavo: mo' mi posso pure addormire, che tanto nessuno più sta in pensiero. E davvero li chiusi, gli occhi. Come fecero a pigliarmi non lo so. Quello che mi ricordo è l'aria fredda di fuori. Mi ricordo pure la coperta di lana, il duro della scala contro l'osso del collo, gli uomini in divisa con un accento di fuori che mi portavano coricata come la statua del santo in processione. Mi ricordo una voce di casa che diceva: – Grazie a Dio siete salva, tutta infarinata, che parete uscita dalla fazzatòra. – Eri tu Ghita mia.

Di tempo ce ne misero per portarmi via, ma io fretta non ne tenevo.

S'era portato via la casa e mezzo paese, il terremoto, ma a me, la mammanonna, non m'aveva voluta.

E solo io lo so quello che abbiamo perduto. Dio solo lo sa quello che verrà dopo.

Aiéri, oi, crai e pescrai – Madonna mia, prega per noi.

L’autrice

Marianna De Rosa (1973) è lo pseudonimo di una docente di Linguistica Italiana, la cui biografia letteraria e narrativa rimanda a un Sud ricco di storie tramandate oralmente, soprattutto da voci di donne, da lei ascoltate e rielaborate nella forma breve.

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