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Le Pa possono escludere i pensionati per incarichi di consulenza

Sentenza del 2 aprile nella causa “italiana” C-670/18

di Marina Castellaneta

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(Adobe Stock)

Sentenza del 2 aprile nella causa “italiana” C-670/18


2' di lettura

Le amministrazioni pubbliche di uno Stato membro possono decidere di attribuire incarichi di consulenza escludendo persone in pensione. A patto, però, che l'obiettivo sia la tutela del mercato del lavoro e delle politiche di occupazione e che i mezzi per conseguire il risultato siano idonei e necessari.

È la Corte di giustizia dell'Unione europea a stabilirlo con la sentenza del 2 aprile nella causa “italiana” C-670/18, che rafforza la possibilità per le amministrazioni e per il legislatore nazionale di escludere determinati soggetti dall'attribuzione di incarichi, senza incorrere in una violazione della direttiva 2000/78 che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro.

Al centro della vicenda, la pubblicazione di un avviso di manifestazione di interesse per l'assegnazione di un incarico di studio e consulenza per il centro di riciclaggio comunale. Tra i requisiti, la laurea in medicina, un'esperienza dirigenziale e non essere in quiescenza. Un aspirante all'incarico aveva impugnato il bando dinanzi al Tar Sardegna perché riteneva che l'esclusione dovuta allo stato di quiescenza fosse una discriminazione indiretta in base all'età, contraria al diritto Ue.

Una posizione non condivisa dalla Corte di giustizia alla quale ha chiesto aiuto il Tribunale amministrativo.

Prima di tutto gli eurogiudici hanno accertato che l'esclusione da incarichi di consulenza per persone in pensione rientra nella sfera di applicazione della direttiva 2000/78 che mira ad assicurare una protezione efficace contro le discriminazioni, incluse quelle basate sull'età. La direttiva, infatti, vieta ogni discriminazione diretta o indiretta, comprese le situazioni in cui una persona sia trattata meno favorevolmente di un'altra che si trovi in una situazione analoga.

Questo vuol dire che anche criteri neutri possono “mettere in una posizione di particolare svantaggio le persone di una particolare età rispetto ad altre”. L'esclusione legata allo stato di quiescenza, anche se l'età non è uguale per tutti, provoca un trattamento meno favorevole rispetto a persone che esercitano ancora un'attività professionale. Pertanto, la normativa che prevede l'esclusione provoca una discriminazione indiretta basata sull'età. Tuttavia, la Corte Ue lascia spazio agli Stati se la normativa nazionale mira a garantire il rinnovamento del personale con l'assunzione di giovani, favorendo l'accesso di questi ultimi alla funzione pubblica, mentre non può essere giustificata per le sole esigenze di bilancio. Inoltre, è necessario verificare che la misura, pur perseguendo un obiettivo legittimo di politica dell'occupazione, non leda in modo eccessivo gli interessi legittimi delle persone in quiescenza e non svuoti della sua sostanza il principio di non discriminazione sulla base dell'età.

La valutazione sul raggiungimento del punto di equilibrio tra accesso dei più giovani all'occupazione e il rispetto del diritto delle persone più anziane di lavorare è lasciato ai giudici nazionali che - osserva la Corte – devono accertare che la misura non abbia unicamente uno scopo di politica di bilancio.
Marina Castellaneta

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