1939-2018

Le parole di Amos Oz a Elena Loewenthal per i 70 anni dello Stato d’Israele

Amos Oz (Ansa/Ap)

2' di lettura

«Lo Stato d'Israele? Aveva ragione Theodor Herzl. È un sogno. Un sogno realizzato. Se non che, l'unico modo perché i sogni restino tali è che non si avverino. Quando succede, un po' di delusione è inevitabile. Per questo Israele non può essere così meraviglioso. Lo ricordo spesso a me stesso e agli altri. Fino a qualche generazione fa Tel Aviv era un toponimo da romanzo. Gerusalemme stava solo dentro ai libri. L'utopia che diventa realtà comporta delusione».

In occasione dei settant'anni dello Stato di Israele, così Amos Oz raccontava a Elena Loewenthal la sua idea di stato e di pluralismo, in una delle sue più recenti interviste, pubblicate su IL100. Piace ricordarlo così, in questo atto di amore per il suo paese e come profeta di un futuro dove la risoluzione del conflitto con i palestinesi è la strada per una pacificazione necessaria.

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«Da settant'anni non siamo solo un sogno realizzato», dice Oz, «siamo una federazione di sogni, dove ciascuno ha il suo. E molti di questi sogni si contraddicono a vicenda. C'è di tutto in questo Paese: la Mitteleuropa, il Medio Oriente, l'ortodossia ebraica più stretta, il libertarismo, la Città Santa, Gerusalemme, e quella più gay friendly del mondo, Tel Aviv. Per me la natura più bella d'Israele è il suo pluralismo. Questo Paese è un immenso dibattito in corso. E il pluralismo è un'autentica manna per la cultura, per questa letteratura di cui vado molto fiero». E il futuro? Come si prospetta? «Ho paura per il futuro. Ho paura del fanatismo e della violenza. Ma sono contento di essere cittadino di uno Stato che conta otto milioni e mezzo di profeti, otto milioni e mezzo di primi ministri, otto milioni e mezzo di messia. Non ci si annoia, qui. Ci si arrabbia, ogni tanto arrivano frustrazione e collera, ma non di rado anche fascinazione ed entusiasmo. Questo è uno dei posti più interessanti del mondo».

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