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Le parole di Mattarella ai giornalisti e la riscoperta del «bene comune»

Le parole di Mattarella risuonano come un invito ed un auspicio: data l’importanza di un confronto civile tra prospettive ed opinioni diverse, cerchiamo di impegnarci tutti affinché questo «bene prezioso» possa essere preservato, coltivato ed esercitato nell'interesse dell'intera comunità e protetto da distorsioni, manipolazioni e usi mistificatori e strumentali

di Vittorio Pelligra


Governo, Mattarella: la parola ora compete a governo e Parlamento

7' di lettura

Qualche giorno fa, a conclusione della crisi di governo, quando ormai Giuseppe Conte era già salito al Quirinale per annunciare la nascita di una nuova maggioranza parlamentare, il Presidente Mattarella, avendo esaurito i suoi immediati compiti istituzionali, con un gesto inatteso e per nulla scontato, ha sentito l'esigenza di andare a trovare i cronisti nella sala stampa del Quirinale, per ringraziarli.

Li ha salutati con queste parole: «Sono entrato in questa sala stampa soltanto per salutarvi e per ringraziarvi del vostro lavoro, dell'impegno con cui avete informato i nostri concittadini (…) È stato interessante per me, in questi giorni, ascoltare le cronache e le interpretazioni dei fatti dai diversi punti di vista. Questo confronto tra prospettive differenti, opinioni diverse, diverse valutazioni, è prezioso, per me come per chiunque. E ancora una volta sottolinea l'importanza e il valore della libera stampa. Grazie e buon lavoro».

Al di là del gesto cordiale e perfino affettuoso del Presidente nei confronti dei giornalisti, le parole di Mattarella risuonano come un invito ed un auspicio: data l’importanza di un confronto civile tra prospettive ed opinioni diverse, cerchiamo di impegnarci tutti affinché questo «bene prezioso» possa essere preservato, coltivato ed esercitato nell'interesse dell'intera comunità e protetto da distorsioni, manipolazioni e usi mistificatori e strumentali.

La cornice all'interno della quale si svolge il dibattito pubblico è fatta da regole scritte e non scritte, toni adoperati, limiti che ci si impone, decenza e rispetto, il dovere di verificare i fatti oltre le appartenenze, così come la tensione a non accontentarsi di raccontare niente di meno della verità vera.

Queste sono alcune delle componenti fondamentali di una cornice di regole e comportamenti che favoriscono e sostengono un dialogo progressivo e costruttivo, anche tra parti che si distinguono radicalmente per idee e prospettive. Lo stesso vale nell'ambito politico, ma anche in ogni altra forma di racconto della vita sociale delle nostre comunità.

Questa cornice, questo «frame», lo chiamerebbero gli esperti di comunicazione e di scienze cognitive, possiede delle caratteristiche che lo accomunano ai cosiddetti «beni comuni» (commons). Beni come l'aria, l'acqua del mare, la sicurezza, la sanità, la scuola, la tutela dei diritti di proprietà, etc., dal cui godimento non è possibile, legittimamente, escludere nessuno, contrariamente a quanto accade con i beni privati.

La seconda caratteristica dei commons è che, come i beni privati e diversamente dai beni pubblici, questi si consumano. Se si usa o si abusa di un bene comune, si inquina l'aria, si congestionano i servizi sanitari e se si ingorgano i tribunali, se si bruciano le foreste e si sfruttano senza criterio le risorse naturali, allora questi beni verranno erosi e si impedirà ad altri, oggi o nel futuro, di poterne godere come abbiamo fatto noi.

Queste due caratteristiche, la non-escludibilità e la rivalità, fanno dei beni comuni, oggetti particolarmente fragili, perché tutti avranno interesse a sfruttarli e nessuno, individualmente, a proteggerli. E quindi quali sono le implicazioni del fatto che il “frame” comunicativo all'interno del quale si svolge il nostro dibattito pubblico ha le caratteristiche tipiche di un bene comune?

Significa che tutti, collettivamente, stiamo meglio quando abbiamo la possibilità di essere informati in maniera obiettiva, corretta, e autorevole sulle diverse prospettive politiche e sociali che si confrontano nelle agorà reali e virtuali dei nostri giorni, e, contemporaneamente, ognuna delle parti in causa nella prodizione di queste informazioni avrà interesse a forzare un'interpretazione, a mettere in cattiva luce l'avversario, ad utilizzare toni eccessivi e sopra le righe per guadagnare un po' d'attenzione e vendere qualche copia in più. Ci sarà, cioè, un disallineamento tra la razionalità individuale e quella collettiva che porterà, come nel caso dei beni comuni ambientali, all'erosione del frame stesso e alla irrilevanza di quelle regole dal cui rispetto tutti trarremmo beneficio.

È una conclusione paradossale che infatti è stata definita «la tragedia dei beni comuni» (the tragedy of the commons). Quale via d'uscita a questa situazione? Cosa possiamo fare, individualmente e collettivamente, per proteggere quel bene prezioso di cui parlava il Presidente Mattarella?

Qualche anno fa un gruppo numeroso di scienziati, economisti, antropologi e psicologi hanno dato vita ad un ambizioso progetto di ricerca: studiare quei comportamenti e quelle norme sociali, che, in tutto il mondo, in differenti culture e stadi di sviluppo, consentono ai vari gruppi umani di proteggere i beni comuni e di produrre beni pubblici (Henrich, J., et al., 2004. Foundations of Human Sociality: Economic Experiments and Ethnographic Evidence from Fifteen Small-Scale Societies. Oxford University Press).

Per anni, centinaia di ricercatori hanno attraversato il mondo, dalle isole della Polinesia alle foreste amazzoniche, dai picchi andini ai deserti africani e dell'Asia centrale, facendo esperimenti e analizzando le strutture sociali di decine di gruppi umani differenti. Da questo sforzo sono emersi alcuni risultati interessanti, tra cui l'osservazione che in nessuna di queste popolazioni si ritrova il comportamento puramente autointeressato che noi occidentali poniamo al centro delle nostre teorie economiche.

La ricerca dell'homo economicus è andata a vuoto, non ha portato nessun risultato evidente. Costui non esiste. Ma altri risultati hanno messo in luce qualcosa, forse, di ancora più importante per il nostro discorso sulla produzione dei beni pubblici e la tutela di quelli comuni. Una delle strategie più utilizzate per cercare di allineare la razionalità individuale con quella collettiva e quindi impedire lo sfruttamento eccessivo dei beni comuni e favorire la produzione di quelli pubblici, è la cosiddetta «punizione altruistica».

Quando si costruiscono istituzioni e meccanismi sociali che mettono le persone nelle condizioni di premiare chi preserva i beni pubblici e di punire chi li distrugge, allora, anche se tali premi e punizioni sono costosi, il livello di cooperazione sociale aumenta drasticamente fino a portare al consolidamento di norme sociali, tradizioni e pratiche che proteggono i «commons» dalla distruzione. Non c'è più bisogno dell'effetto deterrente di una multa per far sì che non si fumi nei luoghi pubblici, perché sufficiente il rischio di incorrere nel biasimo e nello sdegno degli altri presenti.

Una volta avviato un processo di cambiamento culturale, basta la punizione altruistica a sostenere comportamenti cooperativi. Pensiamo ai boicottaggi delle imprese che sfruttano il lavoro minorile o al movimento Slotmob che premia i bar che hanno eliminato le slot-machines, o al commercio equo e solidale, all'investimento di impatto o a mille altre forme di “voto col portafoglio”. L'unico problema è che questo meccanismo, hanno accertato gli studiosi in giro per il mondo, ha una forte dipendenza culturale.

Funziona bene in alcuni casi, meno bene in altri. Se mappiamo il mondo in aree di influenza culturale, vediamo, per esempio, che la punizione altruistica si dimostra efficace nei contesti di derivazione anglosassone-protestante, in quelli ortodossi e in quelli confuciani, mentre perde del tutto, o quasi, il suo effetto deterrente nei paesi arabi e in quelli del sud Europa. Come mai in questi casi la prospettiva di essere puntiti non spinge, diversamente che in altri contesti, a comportamenti cooperativi? Perché in questi ambiti culturali prevale un altro meccanismo, cioè quello della punizione «antisociale».

Coloro che vengono puniti, in questo caso, non sono tanto quelli che distruggono i beni comuni e non contribuiscono alla produzione dei beni pubblici, quanto, piuttosto, quelli che cooperano “troppo”. Gli zelanti, i secchioni, i precisini, magari anche i radical-chic e i professoroni e i sapientoni; oppure gente normale, ma, come si diceva un tempo, di buona volontà. Tutti coloro che oggi, in un certo frame comunicativo, vengono dileggiati perché cooperano “troppo”, più della media. Sono coloro che si distinguono per qualità socialmente utili, ma umanamente fastidiose, perché, spesso, fanno sentire molti altri in difetto.

Chi contribuisce più della media, viene punito, perché ci mette davanti alla nostra parte peggiore, al nostro egoismo, ai nostri limiti, magari a ragione. E allora scatta la punizione. I giovani che si sono appassionati all'ambiente vengono definiti “gretini”, e quelli che si danno da fare per aiutare gli altri facendo volontariato, invece, sono “buonisti”; le organizzazioni che salvano disperati, da morte certa, diventano “taxi del mare” e “complici dei trafficanti”, per non parlare dei titoli sessisti, omofobi o di quelli sprezzanti nei confronti di emigrati e meridionali. Roba da bulli di periferia, con tutto il rispetto delle periferie (dove vivo con grande soddisfazione da anni).

Non possiamo nasconderci, però, che questo è il modo in cui alcuni protagonisti della vita pubblica e dell'informazione nazionale, tv, radio, stampa e web, trattano quel “bene prezioso” di cui parlava il Presidente Mattarella. E lo possono fare perché da noi la punizione altruistica non funziona tanto bene. Se dileggi qualcuno, spesso non rischi di essere punito, ma di guadagnare lettori, o forse solo click, ma questo ad alcuni basta. La gente si scandalizza ancora troppo poco per certe sparate, per le cadute di stile, per le notizie palesemente distorte.

Questo vuole anche dire che chi fa pubblicità sulle prime pagine di giornali che pubblicano certi titoli, non teme di perdere clienti e quote di mercato. In altri contesti chi sponsorizza bufalari perde clienti e quindi, per la logica della punizione altruistica, ci pensa due volte prima di associare il proprio marchio a certa gente. E intanto il “bene prezioso” viene eroso, consumato, deteriorato. Interessi individuali, qualche copia in più, qualche click estorto con titoli ad effetto, contro la capacità di essere un paese civile, una democrazia matura e responsabile. Se la logica della punizione antisociale continuerà a prevalere su quella della punizione altruistica, saremo destinati alla tragedia dei beni comuni, un discorso pubblico governato da passioni basiche e illogiche e contrapposizioni feroci, tanto logoranti quanto inutili.

Se la coscienza civile della nostra migliore tradizione repubblicana troverà, invece, energie nuove e saprà coinvolgere strati ampi della popolazione in un progetto di ricostruzione civile della comunicazione pubblica, allora questo paese potrà ambire ad un posto di primo piano nella difficile strada verso un contesto internazionale dove la giustizia possa esercitare il suo ruolo oltre i confini nazionali e la globalizzazione potrà operare nell'interesse dei popoli, dei più esposti, degli ultimi. Consci del fatto che, come poetava mirabilmente Costantino Kavafis: «In Ciclopi e Lestrigoni, no certo / né nell'irato Nettuno incapperai / se non li porti dentro / se l'anima non te li mette contro».

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