Interventi

Le partecipate pubbliche e il taglio rimasto un miraggio

Il percorso di razionalizzazione, avviato quasi 5 anni fa dal Decreto Madia, procede ma con lentezza. Soprattutto si rivela la debolezza della strategia di quella norma che considera allo stesso modo tutte le partecipate, che invece, così racconta analiticamente anche la Corte dei Conti, non sono tutte uguali

di Alfredo De Girolamo

(Julien Eichinger - Fotolia)

4' di lettura

Il decreto legislativo 19 agosto 2016 n. 175, il cosiddetto decreto Madia sulle partecipate pubbliche, entra in vigore il 23 settembre 2016.
Regole nuove per le società a partecipazione e controllo pubblico, con l'obiettivo di ridurne drasticamente il numero: “da 10.000 a 1.000”. Ricordiamo tutti lo slogan con il quale il premier dell'allora Governo dette l'annuncio.

A quattro anni di distanza, com'è la situazione? Ce lo racconta la recente relazione della Corte dei Conti sugli organismi partecipati dagli enti territoriali, con riferimento al 2019.

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Nel complesso gli “organismi” partecipati da Comuni, Province, Città Metropolitane e Regioni sono ancora tanti, 7.486. Di queste solo 6.145 sono organismi attivi, mentre 893 sono in corso di liquidazione o scioglimento, 280 sono sottoposte a procedure concorsuali, 167 sono inattive. Insomma in questi anni le amministrazioni hanno disinnescato 1.340 organismi, pari al 18% del totale. Se volessimo riutilizzare quello slogan oggi dovremo dire “da 7500 a 6000”. Le società che il decreto Madia include negli obblighi di revisione straordinaria (aziende prive di dipendenti o con un numero irrisorio, o con fatturato inferiore a 500.000 euro o in perdita da 4 esercizi) sono 1367, pari al 27% del totale. Ma le amministrazioni comunali hanno deciso il mantenimento delle partecipazioni nel 72% dei casi. Le dismissioni rappresentano solo l'11% del totale delle partecipazioni, ancora troppo poco, sembra che il meccanismo della revisione sia ancora lento e poco efficace. La Corte dei Conti nella sua relazione non riferisce dati su fusioni, accorpamenti e integrazioni.

Non tutti gli “organismi” sono società. La Corte analizza tutti i tipi di organizzazione esterni alle amministrazioni: società, fondazioni, istituzioni, consorzi, associazioni, aziende speciali. Le società partecipate, le famose ex municipalizzate, sono 5283, mentre circa 2.200 sono organismi non societari. Le società di capitali rappresentano la fetta più grande delle società, oltre 4000, il resto è composto da cooperative, società di persone, consorzi. La quota attiva di queste società è circa l'80% del totale, 3600.

Come si vede la “galassia” degli enti partecipati è molto complessa e diversificata, si va dalle grandi aziende quotate che fatturano miliardi di euro, a piccole fondazioni locali, che gestiscono un museo e una biblioteca.

Concentriamoci sulle “società”, circa 5300, di cui attive circa 4200.
Una quota importante di queste gestisce “servizi pubblici locali”, il 40,7% delle aziende (circa 2000 di cui attive 1.500), per il 71% del valore della produzione. Le altre sono le cosiddette “aziende strumentali” pari al 59% del numero e 29% del valore della produzione. Numeri importanti che ci dicono che la “giungla” delle partecipate è particolarmente fitta nel variegato mondo delle società che erogano servizi alle amministrazioni pubbliche e non direttamente ai cittadini. Questo mondo delle aziende strumentali vede una maggiore presenza di aziende in perdita, rispetto alle società che gestiscono servizi locali. Le aziende in perdita si concentrano nel Centro-Sud, dal Lazio (compreso) in giù.

La stragrande maggioranza delle società partecipate è destinataria di un affidamento in house (93%), marginale il ruolo delle società miste e di aziende pubbliche che vincono una gara, considerato che di gare d'appalto o per la concessione se ne sono fatte, e se ne fanno pochissime.

Nel complesso le società analizzate dalla Corte dei Conti presentano risultati di bilancio positivi, meno marcati nelle aziende integralmente pubbliche e più evidenti nelle miste. In generale la somma degli utili (4,7 miliardi) supera di gran lunga la somma delle perdite (1,1 miliardi), anche se il confronto considera le tasse.

Ma in alcune Regioni non è cosi: la somma degli utili considerate le tasse è inferiore alla somma delle perdite, come nel Lazio, Sicilia, Abruzzo, Sardegna e Molise. E' evidente, quindi, che le performance delle società partecipate sono fortemente differenziate fra Centro-Nord e Centro-Sud, aspetto che, mi permetto di suggerire, potrebbe essere valutato nel Piano per il Sud, recentemente presentato dal premier Giuseppe Conte.

Insomma il percorso di razionalizzazione, avviato quasi 5 anni fa dal Decreto Madia, procede ma con lentezza. Soprattutto si rivela la debolezza della strategia di quella norma che considera allo stesso modo tutte le partecipate, che invece, così come ci racconta analiticamente anche la Corte dei Conti, non sono tutte uguali.

Le aziende che erogano servizi pubblici locali si sono ridotte ed oggi sono un numero ragionevole (1500 circa, qualche centinaio per settore). In questo comparto occorre procedere per linee di politica industriale, incentivando fusioni e accorpamenti, promuovendo gare ed affidamenti a scala di ambito (fenomeno ancora molto ridotto), favorendo la quotazione in Borsa o strumenti analoghi.

Le società strumentali invece rappresentano ancora una giungla di piccole e piccolissime imprese su cui l'azione dei processi di razionalizzazione e dismissione può produrre effetti importanti. Gli organismi non societari poi (fondazioni, associazioni, istituzioni, consorzi, enti pubblici) rappresentano un altro mondo diffuso, con soggetti piccoli e piccolissimi, che dovrebbe essere destinatario di misure specifiche, come per gli operatori della cultura e dei servizi socio sanitari.

Sarebbe allora utile che il ministro Roberto Gualtieri avviasse un “tagliando” al decreto Madia, sulla base dei risultati delle analisi della Corte dei Conti, e dedicando politiche industriali specifiche a ciascun gruppo di partecipate.

@degirolamoa

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