l’analisi

Le posizioni non negoziabili allontanano il governo

di Paolo Pombeni

(ANSA)

3' di lettura

Non è una politica di acrobazie tattiche quella che porterà il paese fuori dall’attuale impasse. Facciamo una rapida sintesi.

I Cinque Stelle non rinunciano a che chiunque sottoscriva il contratto con loro accetti di veder campeggiare almeno un certo numero di loro slogan e il loro capo politico (o almeno un suo delegato) al vertice del futuro governo. Il Centrodestra a sua volta ha le sue bandiere irrinunciabili e soprattutto vuol essere riconosciuto come il vincitore, il che significa non solo con Salvini premier, ma con Berlusconi come partner riconosciuto della maggioranza. Il Pd in teoria non può pretendere di essere riconosciuto vincitore di alcunché, ma deve mettere anche lui due condizioni. La prima, comprensibile, che si riconosca che nella passata legislatura ha fatto un buon lavoro (come dire: la sconfitta non ce la meritavamo). La seconda, che deriva da un'impennata di Renzi, che si riconosca che tutto nasce dal fallimento della sua riforma istituzionale.

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Più passa il tempo, più i cosiddetti “paletti” che ciascuno ha piantato diventano inamovibili, non solo per non perdere la faccia nell'immediato, ma per non andare alla prova elettorale ormai data per inevitabile e relativamente prossima gravati dall'accusa di quelli che hanno dovuto recedere dai propri principi.

Coi tempi che corrono non è un handicap da poco, perché la partecipazione elettorale è sempre sull'orlo di contrarsi. Ciò significa che cresce l'importanza del voto dei fan e dei pasdaran rispetto a quello dell’elettorato più vasto. Ecco spiegata l’attenzione ai social, alle consultazioni più o meno plausibili della base, alla comunicazione gridata.

Come si può uscire dall’impasse? Tutti invocano ipocritamente la saggezza di Mattarella, ma ciascuno spera che sia più o meno disponibile a reggergli il moccolo. Di fatto attualmente sembrano praticabili solo due strade, ognuna con controindicazioni non da poco.

Una è quella invocata dal centrodestra del governo di minoranza. Il paragone che si avanza con il governo Andreotti delle astensioni (1976-78) è improprio, perché l'astensione del Pci fu data nell'ottica di arrivare poi se non al compromesso storico alla solidarietà nazionale, non certo come tregua per preparare un vicino scontro elettorale alternativo fra Dc e Pci. Nel caso odierno si tratterebbe di sostenere un governo di centrodestra non si sa bene in vista di che cosa e in cambio di che cosa.

Mattarella si troverebbe a dare l'incarico per un governo che potrebbe anche non raccogliere poi la maggioranza in parlamento o che comunque, superato non si sa come lo scoglio iniziale, rischierebbe ogni giorno di cadere. Il che significherebbe avere un governo senza fiducia che gestirebbe l'inevitabile scioglimento della legislatura, la campagna elettorale e l’ordinaria amministrazione sino a che il nuovo Parlamento eletto non riuscisse a varare un nuovo esecutivo. Visto come è orientato l'attuale centrodestra e visti alcuni suoi programmi, qualcosa che eufemisticamente potrebbe essere connotato come problematico.

L’alternativa di un governo di tregua neutro nella compagine, ma sostenuto da tutti, cozza contro diversi scogli. Chi si assumerebbe la responsabilità di designarlo dopo anni di polemiche contro decisioni simili di Napolitano? Come garantirsi che si trattasse di un governo di personaggi neutrali dopo quel che è successo col governo Monti? Ma soprattutto: il sostegno di tutti dovrebbe venire dalla larga condivisione della necessità di fare una riforma al tempo stesso elettorale e istituzionale (il ballottaggio frale due liste più votate è impossibile con la fiducia affidata a due Camere). Qualcuno vede davvero una disponibilità in questa direzione?

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