BILANCI D’ARTISTA

Le profezie di Andy Warhol

di Angela Vettese


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4' di lettura

Lo chiamavano Drella, una crasi tra Dracula e Cinderella, per la diabolica capacità di comandare con uno sguardo e la sua voce dimessa. Gli piaceva far credere di non sentire pulsioni tranne l’invidia per chi otteneva il successo e di non avere alcuna visione del mondo che non coincidesse con la mera superficialità. Ma è tempo di riscossa per Andy Warhol (1928-1987), che oggi avrebbe novant’anni e che vedrebbe, se un banale errore medico non l’avesse ammazzato, dopo essere sopravvissuto agli spari di un’esaltata, il mondo come lo aveva immaginato.

Ora mostre, libri, ravvedimenti interpretativi ci raccontano le sue preveggenze, non minori di quelle di Walter Benjamin e di Marshall McLuhan: come aveva previsto, siamo connessi da telefoni senza fili, dominati da macchine collegate al nostro corpo, capaci di avere un nostro canale video o radio e di condividere immagini; la fama è alla portata di tutti; il film senza trama è diventato una realtà quotidiana; la possibilità di essere popolari si è sganciata dai rotocalchi; anche chi non lo ammette vive una sessualità sempre più queer ; l’arte del business reca valori simbolici maggiori del business dell’arte e le due cose, in tempi di finanza creativa, sono quasi sovrapponibili; l’ossessione del look ha vinto sul disprezzo che ne ebbero i ragazzi di Woodstock, ma di quelle inquietudini è rimasto un senso di libertà dei costumi che ha segnato un nuovo modo di concepire le relazioni; il Grande Fratello, le serie Netflix, la crisi dell’autorialità e quindi del copyright, il narcisismo riempie il mondo di selfie, innocenti o porno, hanno dato realtà ai suoi disegni, come l’opera che si identifica con l’idea ma non tralascia l’immagine, anzi l’esalta perché è transculturale: Andrew Warhola, arrivato dalla nativa Pittsburg a New York nel 1949, dove cambiò il suo nome, tutto questo lo aveva previsto benché non sempre a parole. Nei fatti sì, però.

Una lunga serie di mostre ne hanno fatto solo un artista pop - prima tra tutte quella al Museum of Modern Art di New York del 1989 – dominato dal disimpegno e dalla fredda capacità di accostare la morte su sedia elettrica e la vitalità dei party all’anfetamina. La rilettura critica è iniziata quando è stato approntato il catalogo delle sue realizzazioni: oltre ai dipinti e alle sculture, 70 film, 472 provini, 610 Time Capsules (scatole in cui metteva ciò che riteneva riassuntivo del presente), 3000 nastri audio, 4000 ulteriori video, la produzione di film commerciali insieme al regista Paul Morrissey, di band come i Velvet Underground, di riviste dal nuovo lessico come Interview. Tra gli autori di questa revisione stanno le interpreti della cultura femminista, Arthur Danto nel suo ultimo Cosa è l’arte (Yale 2013), l’antologia On&By Andy Warhol a cura di Gilda Williams (MIT 2016), la mostra che Donna De Salvo ha curato al Whitney Museum of American Art con l’imponente catalogo che l’accompagna, dove risultano illuminanti, per il riposizionamento dell’artista nell'area globalizzata e concettuale, i saggi di Owui Enwezor e di Trevor Fairbrother.

In Italia, il 25 gennaio aprirà una sua retrospettiva alla Villa Reale di Monza, ANDY WARHOL. L'alchimista degli anni Sessanta, realizzata con The Andy Warhol Works Foundation for the Visual Arts; un percorso in cui il curatore Maurizio Vanni punta per dimostrare la capacità dell’artista di trasformare gli oggetti quotidiani in occasioni simboliche, le star di Hollywood in proiezioni di noi stessi, la volontà di cambiare il mondo in un processo leggibile attraverso la cinematografia sperimentale, l’intervista elevata a discorso critico, la serialità come norma dell’arte presa dagli scaffali del supermercato così come dagli antichi dipinti cattolici bizantini (il credo della madre Julia a cui lui non smise di aderire). Saranno esposte tutte le opere che lo hanno reso più noto, dalle serigrafie di zuppa Campbell alle scatole di detersivo Brillo, fino alle banconote di dollari e ai ritratti di Marilyn Monroe o Jackie Kennedy. Accanto a queste, anche la serie Ladies and Gentleman (1975) dedicata a travestiti neri e latini, emarginati da molti punti di vista ma non per questo meno fieri del modello di umanità che proponevano, le foto scattate da Makos in cui lo stesso Warhol è ritratto in abiti androgini, molte testimonianze della sua simpatia per chi scegliesse una «walk on the wild side»: una protesta non urlata ma vissuta sul proprio corpo, quasi in maniera cristologica.

Warhol, del resto, è sempre stato vicino del resto alla sacralità delle icone: sembrò partire dall’assunto che l’uomo non possa vivere senza senso del magico e del trascendente, comunque lo si voglia declinare, testimoniata dall’uso dell’oro e dell’argento che andò dalle prime illustrazioni commerciali di scarpe fino al rivestimento luminescente della sua Factory e ai suoi cuscini volanti argentati. A noi capire se ci stava parlando solo del mondo capitalista americano, come sarebbe lecito per chi non vide cadere il muro di Berlino, oppure anche di una necessità di sacro, di sacrificio, di luce, di illusione, di credo, che ogni epoca traduce suo modo.

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